lunedì 15 dicembre 2014

Manca l'Aiki-pubblicità giusta?

Il giorno successivo rispetto al 131 anniversario della nascita del Fondatore dell'Aikido, in una società profondamente differente da quella che ha lasciato lui, in un tempo ed ad una latitudine differenti, ci chiediamo come sarebbe bene ottenere visibilità per la nostra disciplina.

Ci chiediamo anche se ciò serve sul serio oppure no.

Morihei Ueshiba è l'essere umano al quale dobbiamo i natali dell'Aikido, ma egli non fu il suo più grande divulgatore: l'impressione è stata quella che a lui interessasse più studiare, studiare e continuare a studiare... piuttosto che la divulgazione vera e propria.

Tuttavia egli si deve essere reso conto anche dell'enorme valenza di ciò che "aveva tra le mani", e quindi ha esplicitamente demandato parecchi suoi allievi a far giungere il suo messaggio su tutto il pianeta.

Ciò che si sa per certo, è che O' Sensei al termine della sua vita, vedeva l'Aikido più come un'opportunità di affratellare l'umanità, che come il trasmettere semplicemente una scuola tradizionale (koryu) da una generazione all'altra.

La prima nidiata dei suoi allievi ha viaggiato per decenni per far giungere più capillarmente possibile l'Aikido in tutti i continenti (o quasi), anche perché - ai loro tempi - viaggiare era l'unico mezzo per comunicare qualcosa.

Oggi quest'era è passata: non sosteniamo che ciò sia necessariamente un bene, né un male... ma prediamo semplicemente atto che quest'era è passata e stolto sarebbe chi volesse rimanercisi rigidamente aggrappato.

Viviamo nella società dell'immagine e del marketing, che non sono sicuramente due aspetti che erano stati sin dall'inizio previsti dall'Aikido e per l'Aikido: quindi cosa abbiamo intenzione di fare di ciò?

Tentiamo un'armonizzazione e cavalchiamo l'onda?
L'Aikido teorizzerebbe di SI!

Ci sdegnato di quanto è caduto in basso il valore "delle cose antiche e tradizionali" e moriamo sotto una valanga d'indifferenza?

Come si dice in forbito linguaggio giapponese, ci piacerebbe essere CAGATI da qualcuno?



Il problema, se ci pensiamo, non è piccolo... anche perché ormai l'utenza alla quale l'immagine è destinata (quelli che possono essere interessati ad un corso di Aikido, tanto per capirci) appare già fortemente influenzata dalla MEGA-dose di informazioni pubblicitarie che riceve ogni giorno, in ogni aspetto del quotidiano.

Curare l'immagine di un prodotto fa la differenza fra venderlo oppure no, quindi innumerevoli team di grafici, psicologi, sociologi, creativi sono continuamente all'opera per trovare ricette più efficienti per rendere accattivante ogni prodotto consumistico che l'immagine veicola: la pubblicità ne è un esempio più che palese.

Poi ci siamo noi dell'Aikido... che abbiamo buone idee, che sappiamo quanto vale la nostra disciplina e che troviamo più che dignitoso che ad essa venga data l'odience meritato...

... quindi prima di organizzare lezioni gratuite, seminari, raduni, apriamo World e scriviamo su una paginetta bianca le info essenziali per venire trovati, quindi andiamo in copisteria e ci facciamo stampare 150 volantini (che di solito poi rifiliamo noi a mano) ed andiamo a tappezzare i due isolati più prossimi al Dojo (tutto volontariato, s'intende!).

Capiamo bene come possiamo essere benissimo sottovalutati da tutti coloro che non hanno la benché minima idea di cosa l'Aikido sia, ma sanno bene come è fatta una buona pubblicità perché vengono da essa bombardati in qualsiasi ora del giorno e della notte.

Copertine patinate, cartelloni pubblicitari 6m x 4m, spot TV, pubblicità radiofonica, Web design appositamente studiato, Social media... e noi andiamo ad incollare gli A5 autoprodotti con World ai pali della luce...

L'utente finale ha l'impressione che "se il nostro prodotto non APPARE BENE, non abbia un reale VALORE".

Ci sono locandine di corsi, seminar ed occasioni per praticare l'Aikido che sono quantomeno INDECENTI, tanto che svierebbero qualsiasi interessato al "prodotto" pubblicizzato (utilizziamo  volutamente un linguaggio meno di settore e più comprensibile al pubblico che vorremmo raggiungere), anche se poi effettivamente ci fosse qualità nella proposta!

C'è gente che per pubblicizzare il nulla di cui è capace ricorre a locandine che mostrano i grandi nomi e volti dell'Aikido storico ed internazionale, per poi leggere in basso a destra il nome sconosciuto del povero cristo che si occuperà di accogliere le eventuali persone curiose alla porta.

C'è chi addirittura utilizza immagini note per dare un messaggio semi-fraudolento: "Mettiamo Steven Seagal che svetta anche se poi sappiamo che ciò che lui mostra non è esattamente nello spirito dell'Aikido... ma almeno è conosciuto, quindi poi quando la gente arriva al Dojo per imparare la mossa mortale alla Nico, gli tenteremo di spiegare che le cose sono un po' diverse"...

Ma è possibile ragionamento più contorto ed un autogol più evidente?!

La Redazione di Aikime ha voluto provare a giocare un po' con l'idea della pubblicità, quella famosa... quella riuscita, insomma... cercando di adattarla simpaticamente alla nostra disciplina.


Per una volta non è stato l'Aikido ad armonizzarsi con il mondo esistente, ma parte di esso ad essere letto con un'interesse tutto Aikidoistico... ed un pizzico di irriverente ironia (giusto per divertirci... non per essere blasfemi o per offendere qualcuno, s'intenda) ed il gioco è stato fatto!


La pubblicità cerca l'essenzialità del messaggio (come dovrebbe essere la gestualità delle Arti Marziali)... ci rimanda alle nostre abitudini più consolidate (il caffè, la pasta...): ci vuole far sentire a casa... facciamo noi altrettanto con coloro che vorrebbero interessarsi della nostra disciplina?


La pubblicità mira ai piaceri ed a soddisfare sogni ed aspettative di ciascuno: fare altrettanto con l'Aikido può essere percorribile, o si rischia in ogni caso di "vendere fumo"?



La pubblicità manipola le nostre certezze per utilizzarle ai suoi fini: la casa, la stabilità, la sicurezza... non sono forse questi elementi ai quali dovrebbe condurre anche una seria pratica dell'Aikido?


La pubblicità utilizza le nostre debolezze, proprio come farebbe un'abile avversario: sa bene che il 90% degli maschi ha accesso più rapido al contenuto delle proprie mutande, rispetto a quanto non avvenga con i neuroni... e quindi bombarda ogni cosa con TONNELLATE DI GNOCCA: patata ovunque, anche quando non centra un bel niente, anche quando il messaggio che si vuol far giungere è tutto un altro...


Sicuramente la pubblicità ci richiede una cosa che gli Aikidoka raramente sono disposti a fare con profondità ed intelligenza: capire ciò che si vuole per richiederlo (a se stessi e) al prossimo nel migliore dei modi!

Se l'Aikido prendesse spunto da ciò che c'è di positivo in questa dinamica, forse punterebbe più sulla qualità con la quale si presenta al prossimo, già che magari rimanda la necessità di precisione in un movimento tecnico, ma poi non cura altrettanto i colori, gli allineamenti delle parole e le immagini di quando intende descriversi agli altri: ciò potrebbe anche definirsi "messaggio disfunzionale".

Imparare o soccombere? A noi tutti la scelta!


lunedì 8 dicembre 2014

Il Dojo Cho e la responsabilità di guidare la carovana

Dojo Cho è un termine piuttosto noto fra i praticanti di Aikido ed è su di esso che quest'oggi vogliamo intensificare il nostro sguardo.

Lungi da essere un'esclamazione veneta, [道場長] Dojo Cho significa "responsabile/leader/guida di un Dojo".

È una sorta di "capofamiglia" a tutti gli effetti, poiché si interessa della cura del gruppo di praticanti che dirige: molte sono le ragioni che possono spingere una persona a diventare un leader (micro-o macro che sia) di un gruppo di Aikidoka...

Può accadere che alcune persone si riuniscano intorno ad un "capogruppo" perché egli possiede un'esperienza Aikidoistica molto maggiore della loro, oppure perché egli possiede il carisma adatto a coagulare le intenzioni di diversi individui, nella prospettiva di perseguire un fine comune.

Talvolta un Dojo Cho è semplicemente una cintura nera di Aikido che ha voglia di aprire un SUO corso, distaccata da quello in cui in cui è cresciuto nella disciplina.

In questo caso più che vero "leader", è un semplice praticante poco più esperto degli allievi che possiede e che ha ancora molto bisogno - a sua volta - di formazione e patrocinio da parte di un Insegnante più esperto.

Possiamo affermare che l'85% circa dei corsi di Aikido siano diretti nel quotidiano da figure simili a quest'ultima: persone del tutto normali, per le quali l'Aikido è una piacevole passione da portare avanti un paio di sere a settimana con un altrettanto nutrito gruppo di appassionati.

Ovvio che le incombenze più immediate continuano ad essere una responsabilità del Dojo Cho di turno: praticare in modo piacevole ed utile agli allievi, avere un luogo adeguato per farlo, interessarsi a pubblicizzare a dovere le proprie attività sul territorio... assicurarsi un buon turn-over degli iscritti, così da incentivare l'espansione del suo gruppo e di conseguenza dei suoi fini divulgativi.

Il Dojo Cho però ha anche responsabilità molto più sottili, che non è sempre semplice o possibile condividere con i propri allievi: ed è proprio su queste che vogliamo oggi focalizzarci.

Egli mediamente ha l'onere di seguire una corrente Aikidoistica, una Scuola o uno stile che lo convinca, poiché ciò porterà - a lui in primis - la formazione che poi sarà sua cura far giungere agli allievi.

"Nessuno nasce imparato" e questo il Dojo Cho lo sa benissimo!

Guardandosi intorno, egli troverà di sicuro ciò che ritiene faccia al caso proprio in quanto a strada da seguire per vivere l'Aikido come egli ritiene più proficuo ed opportuno per sé per le persone delle quali egli si occupa nel Dojo.

Ci sono Scuole tecniche, altre più relazionali, stili che enfatizzano la ricerca interiore: tutto va bene, ma deve essere chiaro che la scelta del Dojo Cho influenzerà di conseguenza le persone che sono al suo più immediato e quotidiano contatto: gli allievi.

Quando uno entra dalla porta del Dojo e chiede informazioni sul corso di Aikido, esse sono del tutto influenzate dalle scelte che ha precedentemente operato il Dojo Cho.

In questo senso, il "leader" del gruppo sente di dover già ponderare bene le sue propensioni, in quanto dovrà rivolgersi presso gli stili, le Scuole o gli Enti che offrono più fiducia e garanzie non solo nel suoi confronti, ma anche in quelle dei propri allievi.

Un Dojo Cho di periferia di solito non può attribuire gradi come la "cintura nera", i diplomi Aikikai... tanto per parlare di onorificenze che tutti conoscono: egli sa che queste esigenze verranno supportate dall'Organizzazione di cui egli fa parte, in un processo piramidale, che lo vede al penultimo dei gradini di una scala gerarchica in cui il mega Maestrone 8 dan occuperà il primo.

Questa condizione di solito è quella che genera più serenità e problemi ad un Insegnate comune: perché?

Fondamentalmente egli vuole praticare l'Aikido e poterlo divulgare, conscio che il suo ingaggio in questa attività deve permettergli di conciliare i suoi impegni lavorativi e familiari, quindi la sua passione lo rende sicuramente un soggetto interessato a gestire al meglio la posizione che occupa nei confronti dei suoi allievi, ma dall'altra egli ha ben conscia la sua posizione di dipendenza per quanto riguarda la formazione e le varie certificazioni legate alla pratica.

Ogni Insegnante possiede di solito un altro Insegnante di rango più elevato che verifica la formazione del primo, quando lo incontra ai seminari ed agli eventi Aikidoistici comuni... mentre valuta agli esami i suoi allievi (vero specchio del proprio Maestro), mentre visita periodicamente il Dojo "dell'Insegnante allievo".

Questo "patrocinio" nasce sicuramente con lo scopo di offrire supporto, formazione ed agevolmente nell'attività Aikidoistica di ogni gruppo di cui è a capo un Dojo Cho, per grande o piccolo che esso sia.

La parte positiva è proprio che questo "servizio", pagato con tempo, energia e soldi dedicati alla propria Associazione di riferimento toglie - in un certo senso - parecchio lavoro complesso al Dojo Cho locale: c'è un gran Maestro che impartisce nozioni tecniche e didattiche, c'è una Segreteria che segue le questioni assicurative, legate alle iscrizioni ed ai gradi da distribuire ai soci...

... ed il nostro Dojo Cho può permettersi così di pensare all'Aikido SOLO un paio di volte alla settimana, facendo in qualche modo "la longa manus" dell'Associazione di riferimento sul luogo specifico del territorio.

Ma allora cosa c'è di sgradevole o inadeguato?

I problemi derivano dal fatto che le Associazioni che patrocinano l'Aikido sul territorio il più delle volte sono tutt'altro che luoghi pacifici o armonici, in cui non sono sempre i più meritevoli - ma i più "immanicati" - ad occupare le "posizioni che contano".

Di questo il Dojo Cho locale farà presto esperienza sulla propria pelle, poiché inizieranno a piovergli sulla testa numerose richieste che egli non riuscirà sempre a riconoscere come legittime assicurazioni di curare la qualità dell'insegnamento e della divulgazione dell'Aikido...

Alcune sembreranno delle richieste "politiche" alle quali zerbinarsi senza poter fare molto altro se uno desidera "rimanere nel giro".

Ci sarà l'Ente o l'Associazione XY che inizierà a richiedere la partecipazione del Dojo Cho e dei suoi allievi ad un certo numero di seminari formativi obbligatori (o altamente consigliati), ufficialmente con la scusa di poter tenere sott'occhio l'avanzamento della pratica dei suoi iscritti: tuttavia sempre più si avrà l'impressione di partecipare ad incontri poco utili a tal fine, ma più simili a mega "marchettoni" da fare per non sentir lagnare l'Insegnante senpai di turno.

Il Dojo Cho ci va, un po' perché gli interessa l'Aikido, un po' perché egli desidera essere un bravo Dojo Cho e quindi sa di avere una responsabilità verso i suoi allievi: molti vengono infatti pinzati all'interno di queste dinamiche per il loro spirito etico, di chi cioè vuole dare il buon esempio iniziando da sé.

Il Dojo Cho ci va, ma non è scemo... quindi non è neppure contento perché inizia ad intuire che il bene dell'Aikido suo e del suo gruppo non sempre corre di pari passo con le richieste dei suoi superiori!

Poi ci sono i Dojo Cho che hanno Maestri esperti e qualificati, che vorrebbero venire a testare la bontà dei suoi insegnamenti ogni due o tre mesi: ovviamente per essere un bravo Dojo Cho egli non dovrebbe mancare di organizzare nel proprio Dojo un seminar per i suoi supervisori, chiamandoli con cadenza costante e spesandoli interamente per il disturbo.

Se il leader di un gruppo riesce a scorgere il valore aggiunto in questo sbatto tremendo (trovare i soldi necessari per l'organizzazione dell'evento senza rimetterceli di tasca propria... radunare tutti i propri allievi nel week end prefissato, chiamare gli amici di pratica perché vengano a dare man forte nell'occasione...) lo farà di sicuro e volentieri per anni...

... ma anche in questo caso, se egli dovesse accorgersi che i supervisori pretendono di essere chiamati ben al di là delle esigenze reali degli allievi (cioè più per fenomeni di tornaconto personale), allora il Dojo Cho inizierà - da bravo padre di famiglia - a farsi due domande e scrupoli in più.

Da persona direttamente responsabile della qualità della pratica dei suoi allievi, ad esempio, egli si dovrebbe chiedere se le richieste dell'Organizzazione di cui è parte corrispondono veramente alle necessità dei suoi soci, o sono più richieste simili a quelle di una setta, che una volta abbracciata imprigiona gli adepti in una sorta di ricatto, che non li lascia più allontanare facilmente.

Per esempio, un Dojo Cho deve organizzare eventi nel proprio Dojo con quelli che considera suoi "supervisori" o con gli Insegnanti che ritiene più consoni all'esplorazione che egli sta compiendo dell'Aikido?

Le due condizioni possono non coincidere affatto, anzi... possono essere molto distanti fra loro.

Se ci iscrivessimo come Dojo Cho all'Aikikai d'Italia (ATTENZIONE: nome fatto per puro esempio) e volessimo organizzare per i nostri allievi uno stage con un personaggio proveniente da un'altra estrazione Aikidoistica (Tissier, Iwama, Ki Aikido o Kobayashi ... ATTENZIONE: nomi fatti per puro esempio), siamo celtiche ciò verrebbe accolto con favore dalla nostra Organizzazione madre?

Alcune di esse direbbero: "PRIMA fai gli stage con NOI, inviti i NOSTRI insegnanti, ti rapporti con la NOSTRA rete... fatto questo, impiega come vuoi il tuo tempo, i tuoi soldi e le tue energie".

Non è una posizione da disdegnare, visto che vi è un legame da onorare, e che - come abbiamo visto - porta anche molte agevolazioni con sé, ma il problema vero del "buon padre di famiglia" rimane: "Faccio ciò che DOVREI fare o ciò che SERVIREBBE fare?"

Il praticante comune non ha tutti questi grattacapi, di solito, ma il Dojo Cho si, proprio perché dalla sue impronte dipendono le strade Aikidoistiche di altre persone.

Così talvolta egli si trova solo a dover prendere decisioni che gli sembrano più grandi di lui (restare dentro un'Ente o cambiarlo a favore di un altro), oppure resta coinvolto in comportamenti con cui cerca di non dispiacere ai suoi superiori, ma che contemporaneamente gli consentono anche di perseguire ciò che egli ritiene buono per i suoi allievi.

A volte le dinamiche risultano molto complesse: in ballo ci sono soldi che non si trovano, allievi da convincere a fare una cosa "per il bene dell'Organizzazione madre", rapporti diplomatici da mantenere con i propri supervisori, ma anche che con eventuali Dojo limitrofi, che magari appartengono a Scule o stili differenti, e che obbediscono a regole associative completamente differenti.

Questo ruolo può iniziare ad essere simile al movimento di un elefante in un negozio di Swarovski: in ogni modo in cui ti giri, rompi qualcosa!

Questo articolo non vuole dissuadere nessuno dall'iniziativa di farsi riferimento per la pratica di un gruppo di Aikidoka, anzi!
È bene però sapere che quando decidiamo di far parte di una società Aikidoistica, significa che ne accettiamo le regole ed i limiti...

... e se per caso non ne siamo capaci, allora dobbiamo avere il coraggio di fare tutto per nostro conto, oppure di impiegare più risorse ed energie nella ricerca di una condizione dai compromessi quantomeno accettabili.

Esse esistono, ma di certo, più saranno ambiziosi i nostri sogni, proporzionalmente più dovremo scordarci la possibilità di dedicarci all'Aikido SOLO un paio di volte alla settimana...

Il leitmotiv di un Dojo Cho è COERENZA fra sé e sé e quindi con il prossimo: assodato ciò, staremo già impersonando un livello molto onorevole del nostro ruolo!

lunedì 1 dicembre 2014

Il pastore, il toro, il vuoto e la Grande Morte


Torniamo ad occuparci di recensione letteraria, proponendovi quest'oggi uno spaccato del libro "Il pastore, il toro, il vuoto e la Grande Morte".

L'autore è il Maestro Giancarlo Giuriati, del quale avevamo già parlato in occasione dell'uscita del suo precedente volume "Il codice Ueshiba".

Siamo border-line rispetto ai campi di indagine di Aikime, poiché questo testo è stato scritto da un Insegnante di Aikido, cita al suo interno le imprese di un gruppo di lavoro anche costituito da praticanti di Aikido, ma non è rivolto esclusivamente a loro...

... e più in generale non parla di Aikido, nel senso comune del termine.

Perché allora recensire quest'opera sulle nostre pagine?

Dopo un'attenta lettura, questo testo ci è parso particolarmente attinente a molti aspetti e prospettive che comunemente vengono attribuite all'Aikido ed alla sua filosofia, anche se non sempre essi non vengono trattati durante le lezioni.

Il libro narra di un viaggio - quasi iniziatico - di un pastore intento a catturare "un toro", ossia un aspetto di sé creduto precedentemente separato... ma che si rivela poi essere costituente la sua natura più intima e profonda.

Questa storia viene narrata in 10 tappe di una sorta di "storiella Zen", che parla dei misteri della vita, della morte e della rinascita più difficile ed ambita: quella interiore.

Nel testo, un saggio Maestro conferenziere si occupa appunto di istruire un gruppo di Aikidoka e non che intraprendono con lui un viaggio-ritiro-spirituale configurato in 10 giornate, che scandiscono le 10 tappe della storia Zen.

Gli "allievi" di questo gruppo si sentiranno liberi di vivere ciascuno a suo modo gli insegnamenti del loro Maestro, secondo le caratteristiche personali e le inclinazioni caratteriali... facendo domande libere, mettendosi in crisi e trovando - spesso da soli e nella propria interiorità - le risposte che cercavano nel mondo.

Il testo ci è sembrato ben fatto poiché parla sovente di aspetti legati alla spiritualità in un buon parallelo con concetti di fisica quantistica e delle stringhe, ma spiegati in modo semplice ed accessibili a chiunque.

Ogni storia presente nel volume è legata, nella visione dell'Autore, ad un grado dan.
Si iniziano a cogliere certi valori già dal 1° dan, quando il pastore si guarda attorno in cerca delle tracce (la via, il Do).

Con il 2° dan si vedono chiaramente le tracce, ma non si comprende in pieno dove esse porteranno.

Con il 3° dan il pastore scorge il toro - la via in sé stesso ancora non chiara - e comincia l'inseguimento (per O' Sensei con il san dan inizia il vero randori, nella ricerca, nel lottare interiormente).

Con il 4° dan si cattura il toro e diventa più chiaro che l'avversario da domare siamo noi stessi.

Il 5° dan vede il toro domato ma ancora trattenuto (nel Judo è il grado più alto acquisibile
con il combattimento, con il 5° dan finisce la competizione... ma ancora è presente la separazione tra noi e l'avversario), anche nell'Aikido dovrebbe segnare la fine della ricerca tecnica per passare a quella più e
levata...

Con il 6° dan  il pastore cavalca il toro (il sé che cavalca/accompagna se stesso), l'io in separazione scompare, nel Judo il rosso (Ka) e bianco (Mi) si combinato - prima segnavano la separazione tra i contendenti (in gara uno indossa la cintura bianca l'altro la rossa) con il 6° dan la cintura bianco rossa unisce e il conflitto scompare e si intravede il cammino verso i Kami (nel Judo tradizionale solo dal 6° dan si poteva insegnare al Kodokan e porsi dal lato del kamiza).

Con il 7° dan la serenità è raggiunta, il toro è scomparso e c'è solamente il pastore.

Con l'8° dan si raggiunge la piena integrazione con il tutto e anche il pastore scompare, si è diventati un tutt'uno anche con l'ambiente esterno.

Il 9° dan è la rinascita di una visione del mondo (e dell'arte) completamente nuova (nel Judo la cintura diventa rossa).

Il 10° dan conclude il ciclo e il pastore diventato vero Uomo (guerriero non guerriero), semplicemente dona... la scomparsa di ogni tornaconto è totale e si sente l'integrazione completa con tutti gli esseri.

Il Fondatore dell'Aikido, durante il suo studio, approdò a sua volta ed al suo tempo a porti gli stessi interrogativi ed a cercare egli stesso risposte esaurienti a questi livelli di introspezione crescente: come è stato creato l'universo? Cosa c'era prima di esso? Esiste il caso o esso è frutto di un volere superiore? Com'è fatta la morte? Cosa può esserci dopo di essa? ...

Inutile ammettere che si tratta di argomenti filosofici piuttosto spessi, ma la necessità di ogni persona giunta ad un certo livello di studio di sé ci porta ad affermare che è bene rifletterci sopra.

Non ci sembra più il caso, né il tempo di prorogare la ricongiunzione dell'Aikido ai suoi aspetti più filosofici, spirituali ed esistenziali.

Si può praticare lo stesso - certo -... solo che ,mente tutti anelano possedere e saper esibire le "tecniche di Ueshiba", non si capisce come mai ci sia ancora così poca gente incline a fare in sé il processo che O' Sensei ha fatto dentro se stesso...

... e che implica affrontare anche questo tipo di tematiche.

"Il pastore, il toro, il vuoto e la Grande Morte" è un libro che supporta il lettore curioso in questo viaggio importante, e perciò ve lo segnaliamo!

Non si trova ancora molto spesso in giro un Aikido integrato nei suoi aspetti più tecnici e filosofici, così che a ciascuno viene lasciata la libertà (ma anche la responsabilità e l'onere) di andarsi a formare suoi diversi versanti alle scuole più disparate.

Quello che a noi è parso di certo il capolavoro del Maestro Giuriati può essere quindi di grande aiuto a quegli Aikidoka desiderosi di approcciare gli argomenti più sottili della vita e quindi della pratica (terminologie che per un praticante potrebbero o dovrebbero essere sinonimi), in modo chiaro, semplice, ma altrettanto profondo.

Questo libro serve ad essere letto, ma ancora di più a favorire una più profonda lettura dell'interiorità  del lettore stesso... e di questi tempi i kami solo sanno quanto ci sia bisogno di questa sana abitudine!

Vi consigliamo quindi "Il pastore, il toro, il vuoto e la Grande Morte" per fare questo viaggio trasformativo, del quale sicuramente non potrà che beneficiare anche la vostra pratica sul tatami!

lunedì 24 novembre 2014

Incontri, scappatelle, matrimoni, crisi e divorzi: galeotto fu quel tatami!

Un argomento che non abbiamo mai trattato fino ad ora, ma che ci stato più volte richiesto è quello inerente i rapporti di coppia e l'Aikido.

Come quest'arte concili, favorisca, distrugga o modifichi i rapporti interpersonali tra partners...

Un tema quanto mai vario e che sarà difficile inquadrare una volta per tutte, ma che ha stimolato la volontà di attingere alle esperienze nostre e di amici... per vedere se riuscivamo a capirci qualcosa.

L'Aikido di certo non nasce con lo scopo di agevolare fidanzamenti, né mettere in crisi matrimoni, ma - si sa - gli esseri umani mentre vivono si sconvolgono a 360º nelle loro attività e quindi spesso anche gli aspetti più personali vengono chiamati in causa, più o meno direttamente, nella nostra disciplina.

Primo punto notevole che abbiamo riscontrato: sono rari i casi di coppie che iniziano insieme la pratica dell'Aikido (ad esempio per condividere un hobby comune) e che poi rimangono coinvolti a lungo con lo stesso livello di interesse. Questi casi esistono, anche fra i nostri allievi, ma non sono molti.

Di solito uno dei due "si accende" e si butta sempre più a capofitto, mentre l'altro/a si spegne o si allontana: come mai?

Siamo tutti persone diverse fra loro: una stessa proposta ingenera risposte, intenti ed interessi differenti, quindi le coppie sul tatami non è detto che continuino parallelamente la loro strada che condividono in privato.

Sono molto più comuni gli esempi di genitori che praticano con i figli per un tempo prolungato, ma non ci risulta altrettanto fra partners.

Succede anche che sul tatami scocchi qualche scintilla sentimentale, che poi si concretizza anche in fidanzamenti, convivenze, matrimoni... Abbiamo molti amici che si sono conosciuti ed hanno iniziato a frequentarsi fra un irimi tenkan e l'altro!

Un Dojo diventa pian piano una piccola comunità, nella quale le persone si ritrovano legate da un interesse comune (l'Aikido in questo caso) ed è quindi più che normale che si creino simpatie legate alle prospettive comuni rispetto ad alcune idee, filosofie, abitudini.

Dopo il colpo di fulmine però, nuovamente, sono poche le coppie che continuano il loro percorso Aikidoistico con ingaggio inalterato.

Ci sono poi gli Aiki-cascamorti e Aiki-cascamorte, persone cioè che sono irrimediabilmente single e che fanno di tutto per proporsi e per suscitare interesse in qualcun altro del gruppo... o che frequentano gli stage per trovare qualche fanciulla o fanciullo da importunare a suon di kotegaeshi: anche di questa strana razza ne abbiamo conosciuti parecchi! ^___^

Categoria comunissima è quella costituita dai praticanti che NON hanno il/la loro dolce metà sul tatami, poiché il partner è interessato a tutt'altro nella vita: a costoro spesso dovrebbe andare una medaglia al valore, poiché riescono a frequentare ed a praticare NONOSTANTE il loro rapporto di coppia, che invece sembra cercare di mettere i bastoni fra le ruote in ogni modo possibile.


Ci sono quelli/quelle che non vedono l'ora di tornare dal lavoro, prendere la borsa con il keikogi e tuffarsi negli allenamenti al Dojo. Il partner che rimane a casa però ha spesso qualcosa da obiettare rispetto a questa sanissima abitudine... "Ma come, ci vai anche questa sera?"
... "E mi lasci qui da solo/sola?!"

Questi Aikidoka in odore di santità vedono una loro passione non compresa da chi nella coppia non la vive come loro e non è sempre semplice spiegare le proprie ragioni, né accettare gli ovvi compromessi ai quali ci si trova costretti.

Sfortunatamente, il 99% degli Aikidoka pratica di sera e negli stage durante il week-end, ossia quando non si lavora, quindi sembra ovvio che il tempo dedicato al proprio percorso marziale venga sottratto al tempo libero da passare con il proprio partner e/o in famiglia.

Questa cosa non è sempre così ben accettata da fidanzati/e, mariti, moglie, amanti e parenti!
"Ma vai di nuovo la a vestirti da scemo/a ed a fare le mosse?!"

Noi riteniamo che ogni Aikidoka dovrebbe avere per diritto di nascita la possibilità di sterminare chiunque osasse fare affermazioni del genere... in modo non violento e senza infliggere dolore inutile, s'intende: un colpo secco e la pace eterna!

Purtroppo però non si può, e quindi con l'Aikido possiamo anche imparare ad armonizzarci con i conflitti di chi ci vorrebbe tutti per loro, cercando una vie equilibrata che sia rispettosa delle esigenze di tutti...

Circa il 20% delle persone che conosciamo, vive invece questa attività non-di-coppia con serenità, poiché il partner non coinvolto ha portato serenamente constatare nel tempo come l'Aikido non sia da paragonare ad una sorta di "amante insaziabile", che ruba mariti e mogli dal focolare domestico per proporre orge di sconci giapponesismi!

Salta all'occhio comunque che sono la minoranza, poiché negli altri caso l'Aikido viene più che altro "sopportato" dal partner che non ne è direttamente coinvolto... ma come qualcosa di cui si farebbe comunque volentieri a meno, se fosse possibile.

Non viene accettato di solito all'interno di una coppia che un partner possa avere spazi SUOI, nei quali non entrare senza rispetto: questo la dice lunga sul binomio "amore/possessività"!

Ma se vogliamo veramente scoperchiare il vaso di Pandora, dobbiamo occuparci dei rapporti sentimentali dei Maestri e degli insegnanti di Aikido: li si che c'è da ridere un bel po'!

Risulta subito evidente come gli Insegnanti e spesso anche i Maestri di alto rango sono i primi ad avere seri problemi sentimentali per via dell'Aikido: forse perché questa attività occupa loro molto più tempo che all'allievo comune, o forse perché spesso sono i primi a non riuscire a vivere i principi dell'Aikido che insegnano al prossimo... sta di fatto che le loro vite di coppia sono spesso un casino!

La maggioranza di Insegnanti senpai che conosciamo potrebbero essere definiti in giappo-piemontese "malmarià" (cioè "mal-sposati"), ossia sono persone che hanno un tot di separazioni alle spalle, che vivono rapporti coniugali precari, instabili o sono proprio single.

Non che ciò sia un male - intendiamoci -: la nostra è solo una riflessione a voce alta sull'Arte della Pace e dell'Amore e sugli effetti che provoca a chi vi si immerge con più impegno.

Si usava addirittura dire parecchi anni fa che se uno voleva scegliere un buon Insegnante, avrebbe dovuto cercarlo single o divorziato... perché quello poteva essere un buon segno della sua passione per la disciplina che insegnava, tanto che per essa non aveva esitato a sacrificare la propria felicità famigliare.

Un po' come le maestre al tempo del Duce, insomma: non sposarsi era segno di dedizione totale al lavoro, visto più come una missione che altro.

Per fortuna i tempi sono molto cambiati ed a noi non risulta proprio che sia necessario essere sentimentalmente infelici o instabili per insegnare bene l'Aikido!

Ci sono Maestri ed Insegnanti che hanno una vita di coppia e famigliare invidiabile e più che soddisfacente, segno che sono riusciti per primi a coniugare al meglio gli impegni serali e dei fine settimana con la loro sfera privata.

Non c'è poi da meravigliarsi più di tanto: questo dovrebbe essere una NORMALE applicazione dei principi di armonia dell'Aikido!

Sta di fatto che un casino di sedicenti Maestri sono i primi ad essersi impelagati in questo tentativo di trovare una quadra soddisfacente per sé e per le persone che li circondano: come mai?

Matrimoni di facciata, amanti a go go... Aiki-cascamortaggine con le allieve più carine...
Ci sarebbe da scrivere romanzi degni di Uccelli di Rovo!

Ci sono Sensei che si recano a tenere seminar fuori porta per organizzare nel frattempo qualche incontro con la propria bella (quella non ufficiale, s'intende!), quelli che hanno un po' la nomea di baccagliare tutte le allieve che gli capitano a tiro... quelli che massaggiano sempre con il balsamo di tigre l'interno coscia di quelle allieve che si sono fatte male ad una spalla durante una caduta...

In questo, tutto il mondo è paese, anche nell'Aikido.

Se ci fate caso, in ogni Scuola, ed Ente di praticanti circolano pettegolezzi più o meno fondati riguardo alle scappatelle del Maestri più blasonati... e rispetto a questo sembra che Morihei Ueshiba stesso - in uno specifico momento della sua vita - abbia dato lezione anche in questo campo!

O' Sensei: così non si fa... non si fa! ^__^

L'Aikido e il rapporto di coppia quindi è da sempre stato qualcosa di non particolarmente definibile, ma spesso di altrettanto problematico, anche se adesso abbiamo voluto scherzare.

Ci sono persone che grazie all'Aikido comprendono che il rapporto che li/le coinvolge va cambiato, o forse sciolto.

Nella presa di consapevolezza di sé, le persone cambiano e possono mandare in crisi qualcosa che fino poco prima procedeva senza grossi (apparenti) intoppi.

In questo senso, ci verrebbe da dire, che l'Aikido può mandare all'aria una coppia, una famiglia...

Ma non lo riteniamo né un male, né un bene, se è frutto di una maturazione personale: che l'Aikido venga quindi utilizzato per conoscerci meglio... poiché fino a quando non sappiamo bene chi siamo, sarà molto difficile trovare qualcuno nel mondo che sia veramente adatto a stare al nostro fianco come partner.