lunedì 20 maggio 2013

Renraku Waza: un'improbabile ed efficace strumento di crescita

In Aikido c'è la tendenza, se ci pensiamo, a fare tutto ciò che nelle Arti Marziali considerate più efficaci si considererebbe inefficace e sbagliato fare...

Più un'azione è rapida, più c'è probabilità che essa sorprenda il partner, agisca in modo esplosivo e raggiunga il risultato che si era prefisso!

Noi iniziamo a studiare, sin da subito, il katame waza: una tecnica come sankyo omote è lunghissima!

Prima fai scendere uke, poi lo fai risalire, poi discendere: sembra di essere amanti delle montagne russe!

Ma allora, siamo così stolti da non essercene mai accorti?

Se ci facciamo caso, le tecniche di base risultano particolarmente lunghe e laboriose, mentre quelle più avanzate sono più dirette "semplici" (non facili: "essenziali", intendiamo!)

Ci sarà un motivo?

Oltre tutto c'è anche la curiosa tendenza ad UNIRE fra loro alcune tecniche, facendo si che la fine di una corrisponda all'inizio di quella successiva... e questo avviene sia con il buki waza, sia con il tai jutsu...

Ma così non rischiamo una volta ancora più di fallire marzialmente?

Questa pratica si chiama "renraku waza", cioè "concatenazione di tecniche"... ed è invece considerata  piuttosto avanzata ed importante ad un certo livello di studio della nostra disciplina.

Pubblichiamo quest'oggi un nostro lavoro fatto al Dojo per rendere l'idea, perché sul Web non abbiamo trovato nulla da condividere sull'argomento.

Abbiamo preso 4 esercizi di ken, 4 di jo e 4 di tai jutsu e li abbiamo concatenati come esempio.



Sicuramente, da un punto di vista prettamente marziale, più si dilunga e concatena l'azione di tori ed uke - cioè più diventa complessa - più si ha la possibilità di perdere il controllo di ciò che si sta facendo... e il nostro compagno avrà più possibilità di "girare il coltello" con il manico a suo favore.

Ma allora perché sottoporci a questi allenamenti?

Secondo il nostro parere e le risposte che abbiamo ricevuto da numerosi Maestri ai quali abbiamo chiesto un opinione in merito, la ragione di "renraku waza" potrebbe comunque essere seria e profonda...  benché non direttamente collegabile ad un'attività improntata sull'efficacia marziale.

Noi abbiamo ridefinito renraku waza "la via di zanshin e musubi", ossia il percorso che permette di sviluppare uno spirito pronto ed una capacità di "legarsi" al partner ed all'azione in corso.

Per comprendere questa possibile via di studio dobbiamo innanzi tutto chiederci qual è la principale attitudine dell'Aikido.

Secondo noi, essa consiste nel praticare alcuni movimenti corporei in compagnia di un altro individuo (o individui) per approfondire la propria conoscenza sulle loro qualità ed il nostro sentire durante la loro azione.

E' possibile muoversi in modo solo meccanico, o con coscienza più o meno alta di ciò che si fa... ed in quest'ultimo caso si spalanca un'intero universo di fronte al praticante, nel quale le direzioni di  studio si moltiplicano, talvolta addentrandosi in aree parecchio sottili da percepire...

Crediamo che in Aikido sia più utile trovare i propri errori che cercare di coprirli... ed in questo senso trova già una parziale giustificazione la lungaggine di alcune tecniche di base rispetto a quelle più dinamiche ed avanzate... o rispetto ad un calcio o un pugno di qualche altro stile marziale.

Se l'azione è lunga, abbiamo più tempo per sbagliare e quindi paradossalmente abbiamo più tempo per accorgerci dei nostri errori, notarli, studiarli e magari porvi rimedio in una ripetizione successiva della tecnica.

La velocità "contrae" e movimenti, ma anche il tempo con il quale possiamo percepire le lacune che mostriamo nella loro esecuzione.

In merito a ciò, rimandiamo il lettore ad un Post scritto qualche settimana fa e leggibile al seguente link:
"non vogliamo uscire dalla fortificazione solo per colpire, per poi rinchiuderci nuovamente al suo interno al sicuro", poiché l'azione marziale vera e propria avviene proprio nel frangente in cui c'è effettivo contatto - rapporto - con il nostro partner/avversario.

Ma allora è bene che questo "rapporto" duri il più possibile se vuole essere il nostro oggetto di studio: secondo questa tesi, quindi, andremmo a "rischiare" marzialmente proprio perché siamo interessati a conoscere noi stessi in quei momenti di stress e conflittualità, "troppo fugaci" in un pugno diretto o in una tecnica fulminea.

A questo punto, allora... se riuscissimo a concatenare più sequenze fra loro (sia con le armi, sia a mani nude), non faremmo altro che aumentare ulteriormente la possibilità di studio della nostra attenzione (che deve mantenersi per 40/50 secondi, anziché per 4 o 5) e della nostra capacità di "avvolgere" il partner con una serie di sbilanciamenti successivi raccordati fra loro.

Se una tecnica fosse vista come la costruzione di una sorta di "gabbia" di sbilanciamenti, dalla quale il nostro compagno può uscire solo se lasciamo troppo spazio fra due sbarre...

... allora la concatenazione di tecniche è la capacità di ampliare questa gabbia, ma continuando a porre attenzione sulla possibilità che egli ha di sottrarsi dal rapporto, proprio a causa della sua aumentata possibilità di spazio e tempo per muoversi!

Allora sarebbe nostro interesse tenere "il centro" del partner più a lungo possibile ed imparare a riconoscere quegli istanti in cui "stiamo per perderlo", proprio per evitare che ciò accada.

Sicuramente - come dicevamo - più la sequenza è macchinosa e complessa, meno sarà gestibile e di efficace utilizzo, ma in questo caso la nostra formazione potrebbe passare per utilità molto differenti dal pensiero ossessivo che "possa funzionare" ciò che facciamo.

D'altronde non sarebbe la prima volta che ci imbattiamo in alcuni paradossi nella pratica dell'Aikido, così come il Fondatore ha più volte lasciato nei suoi scritti.

Ampliamo il "tempo di contatto", la sua complessità... ma non per masochismo, quanto per poter mettere la lente di ingrandimento su aspetti più sottili ma altrettanto importanti e decisivi in caso di applicazione reale di un'azione marziale.

Voi cosa ne pensate?

Ci piacerebbe avere un rimando delle vostre esperienze in merito, poiché quella che vi abbiamo appena esposto è solo "farina del nostro sacco"... e quindi un confronto non potrebbe che aiutarci a considerare nuove prospettive in merito.

Un grazie in anticipo a tutti i lettori!

lunedì 13 maggio 2013

気合 Kiai: questo Aiki-sconosciuto!

Chi è che non ha mai sentito parlare del famigerato "urlo" delle arti marziali?

Il "kiai"... 気合, che come si vede è una parola formata da due kanji parecchio famosi per ogni Aikidoka...

Ma a cosa serve urlare?

Ci sono sicuramente numerosi "non-detti" su questa usanza ed anche un notevole inutilizzo all'interno della pratica delle Arti Marziali.

Noi abbiamo fatto una piccola ricerca e confrontato le informazioni disponibili con le nostre esperienze dirette.

Morihei Ueshiba era inequivocabilmente famoso per un kiai poderoso e penetrante... che i suoi narratori più fantasiosi rimandavano si sentisse a distanze chilometriche...

Ora, senza sconfinare nella leggenda, dobbiamo ammettere che forse il Fondatore avesse potuto scorgere una qualche forma di utilità in questa pratica.

Un tempo esisteva addirittura una disciplina, chiamata kiai jutsu, che insegnava come modulare l'emissione sonora per massimizzare l'effetto dell'azione marziale durante uno scontro. Ora rimane ben poca documentazione in merito.

Sicuramente però è ben facile sgombrare il campo da tutta una serie di dicerie e falsi luoghi comuni sull'"urlo" delle Arti Marziali.

Il kiai NON serve per "spaventare" il proprio avversario: qualsiasi marzialista con un po' di esperienza riesce a mantenere le sue prestazioni ad un buon livello anche in presenza di suoni forti ed improvvisi, perché è "deciso" e "focalizzato" in ciò che fa.

Per farlo indebolire o desistere, sarebbe ben triste se bastasse fargli BHU!

Nell'Aikido si è soliti utilizzare ben poco questa pratica, nonostante ve ne fosse invece fatto ampio uso ai tempo di O' Sensei.

Per quale ragione?

Sembra che l'Aikikai Honbu Dojo sia sorto (ed ancora adesso locato) in un quartiere di Shinjuku (Tokyo) - Wakamatsucho, nello specifico - nel quale ci fu una particolare attività di intelligence americana subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Come molti sanno, era stato imposto al Giappone un embargo sulla pratica di tutte le discipline marziali, poiché esse venivano considerate strumenti attraverso i quali fomentare e rinsaldare lo spirito patriottico dei nipponici, che uscivano sconfitti dalla guerra.

Questa era stata sicuramente una delle ragioni per le quali il Fondatore ha potuto continuare lo studio e la pratica dell'Aikido fra le campagne di Iwama, delle quali i soldati americani ignoravano forse anche l'esistenza!

Si diceva comunque... a Wakamatsucho, pare proprio nelle vie adiacenti all'Honbu Dojo, avesse casa un pezzo grosso dello sconfitto esercito nipponico, che aveva deciso di "fare il doppio gioco" per salvare le chiappe... 

... quindi la zona era particolarmente sorvegliata dall'esercito americano, che aveva da "spremere" la sua fonte di informazioni, senza potersi permettere di perderla (per fuga o per assassinio da parte delle cellule dell'esercito nipponico ancora eventualmente attive).

Su e giù soldati americani giorno e notte che pattugliavano il quartiere e che si sarebbero parecchio insospettiti nell'udire "urla" provenienti da una sala d'allenamento che avrebbe dovuto essere inattiva a quel tempo... oppure illegale.

Questo ha di fatto enormemente tarpato l'utilizzo del kiai agli albori del Dojo che poi è divenuto il più rappresentativo dell'Aikido in tutto il mondo, benché O' Sensei lo frequentasse veramente poco e che lui facesse tutt'altro tipo di pratiche nell'allenamento ad Iwama (pensiamo solo all'utilizzo delle armi, praticamente bandito nel programma ufficiale Aikikai!)

Il quartiere divenne poi definitivamente di tipo residenziale, quindi, passato l'embargo americano iniziarono i problemi legati alla quiete pubblica di un'area praticamente a ridosso di case civili a 360º: urlare un po' fa bene forse alla pratica, ma fa alquanto inviperire il vicinato!

Ma sto kiai serve oppure no!?!

Secondo noi si: durante un'azione marziale spesso una delle problematiche più frequenti è quella dell'intervento della mente razionale, che vorrebbe tenere sotto controllo una mole di informazioni che vanno sicuramente al di là delle proprie capacità.

Per apprendere, la stessa mente razionale conscia è fondamentale, perché insegna a discriminare fra movimenti migliori e peggiori, ma quando si tratta di applicare... pensare troppo è da sempre stato sinonimo di "arrivare in ritardo" ai propri appuntamenti...

Quindi quando c'è necessità di un'azione di concentrare tutta l'attenzione in un unico punto dello spazio e del tempo, è bene che anche tutto il nostro essere sia contemporaneamente allineato nello stesso modo: corpo, mente, spirito ed anima che vibrano all'unisono e si supportano mutuamente per raggiungere lo scopo prefisso!

Secondo noi, il kiai ha proprio questa utilità: una sorta di "refresh" che sospende tutti i "processi in atto" per non dissipare energia in direzioni inutili.

Nei Dojo moderni il problema di non arrecare disturbo a quelli delle sale o case vicine è sicuramente un problema per la pratica del kiai... ma realmente crediamo che non si possa prescindere dal suo utilizzo se si intende accedere ad alcune dimensioni legate a kime, zanshin, awase... ed altri ameni termini anche troppo inflazionati normalmente in Aikido.

Non è neppure facile emettere un kiai "sano": è qualcosa di molto differente dall'utilizzo forzato delle corde vocali... in questo senso è ben poco un "urlo", ma piuttosto qualcosa che giunge direttamente dal movimento del plesso solare... e che vibra senza sforzo verso l'esterno... frutto di una espirazione naturale ed in armonia con il movimento corporeo.

Se si sforzano eccessivamente le corde vocali è facile successivamente patire di infiammazione e cali di voce, che ci rimandano quanto il nostro kiai fosse "forzato".

In questo senso, la voce dei neonati è coordinata e naturale e spesso acuta come un vero e proprio kiai: come al solito da loro c'è solo da imparare!

Ciascuno abbiamo notato un suo tempo per "partorire" il suo primo kiai: tra i principianti ch'è solitamente chi si vergogna ad emettere suoni, ma con la pratica questa cosa diviene ben presto del tutto naturale... e chi ha assistito ad una gara di Kendo avrà sicuramente colto il senso di ciò che rimandiamo.

Iniziamo quindi ad "urlare" con cognizione di causa, sbraitando di meno nella vita quotidiana, per indirizzare anche con il sono la nostra attenzione nella direzione che più ci consente di realizzare i nostri progetti.

Buon kiai a tutti: vi lasciamo con quelli che giungevano dal Dojo di Iwama (intorno al min 4:00 del seguente filmato), per giungere a quelli potenti ed acuti del Fondatore in persona, poco più avanti!


lunedì 6 maggio 2013

Il significato di praticare un Kata in Aikido

In Aikido studiamo "le forme"... una serie di esercizi eseguiti singolarmente e/o in coppia.

Fiumi di parole ed inchiostro sono stati scritti per ribadire che ciò che facciamo con le armi è completamente analogo a quanto pratichiamo nel tai jutsu (esercizi a mani nude).

Nell'Aiki-jo, ad esempio, abbiamo alcuni kata: perché dovrebbe essere così importante studiarli e ripetere sempre gli stessi movimenti per anni?

Un kata è costituito da una serie di posture prestabilite e codificate in modo tale da poter veicolare un messaggio significativo a coloro che lo praticano.

Ma perché un movimento è stato concepito in un modo anziché in un altro?

Un kata può anche essere definito come un "combattimento contro un avversario immaginario", che deve rispettare certe caratteristiche...

In una forma prestabilita, tutto ciò che riguarda il cerimoniale è fondamentale: una sorta di distillato di significativi "non detti" di cui un praticante può giovare solo se ne è conscio.

Il punto d'inizio e quello terminale della sequenza solitamente dovrebbero coincidere... e questo non vale solo per l'Aikido, ma per qualsiasi altra Arte Marziale che utilizzi sequenze preordinate di movimenti nell'allenamento (Judo, Karate, Wu Shu...).

Rispetto a quanto il praticante riesce a mantenere fede ad alcuni "punti fissi", si può valutare - lui stesso può valutare - la consapevolezza e padronanza di ciò che esegue: la sua percezione dello spazio, il senso del ritmo e dell'energia che impiega per muoversi.

Nel nostro universo, spazio, tempo ed energia solo le uniche grandezze cosiddette "virtuali" (non nel senso che non esistono!!!), cioè modificabili... alle quali vengono legate - in qualche modo che la scienza ufficiale non ha ancora chiarito - la coscienza, consapevolezza e percezione di esse (per nulla sinonime fra loro): ne segue che la pratica di un kata mobilita tutto quanto è necessario per lo studio della realtà che ci circonda, poiché coinvolge tutte le grandezze presenti per definirla.

La ritualità legata alla ripetitività poi fa da chiave di volta a questo processo.
Da ciò si deduce che ogni kata è uno strumento di "auto-perfezione": praticarlo per migliaia di volte, per anni ed anni offre la possibilità di conoscere sempre meglio i propri movimenti, gli stati mentali ad essi collegati... ed, in ultima analisi, se stessi.

Ma esiste anche una possibilità molto poco esplorata, ossia quella di applicare ciascun movimento in presenza di un partner in carne ed ossa, che interpreta la parte dell'"avversario-ombra" al quale il kata si rivolge.

Certo, questo richiede di conoscere una sorta di "contro-kata" che ha lo stesso numero di movimenti e che rende visibili i "perché" della forma che stiamo studiando.

Per rendere comprensibile questo discorso, riferiamoci ad un famoso kata di jo, utilizzato in molte Scuole di Aikido: 31 no jo kata, ossia la forma composta da 31 movimenti distinti (dal minuto 2:20 nel video che segue).




Questo kata è stato codificato da Morihiro Saito Sensei, ma studiato e praticato per anni dallo stesso Fondatore, che tendeva a farne continue modifiche e varianti.

Il kata che è giunta ai nostri giorni è una sorta di "cristallizzazione" di una forma particolarmente stabile della sequenza, che storicamente oscillò all'incirca dai 25 ai 35 movimenti.

Essa è uno degli esercizi più lunghi e complessi di Aiki-jo, che nasconde al suo interno innumerevoli tesori.

Innanzi tutto quando un allievo affronta per le prime volte l'esecuzione di un simile kata, rivolge tutta la sua attenzione a ricordare nell'ordine giusto la sequenza dei movimenti: "prima c'è questo affondo, poi quell'altra parata"... e così via.

Quando "ce l'ha tutto in mente" (cosa che noi al Dojo chiamiamo scherzosamente "fase dell'appiccicamento del post-it"!), già crede di avere "imparato il kata"... ma questo non è che il primo livello dell'apprendimento!

Di seguito sarebbe bene utilizzare ogni risorsa per perfezionare la precisione di ogni movimento e postura... analizzare i dettagli cioè: si aprirà un universo di particolari che appariranno visibili solo che la sequenza generale sarà stata impostata e conosciuta.

Poi avviene il momento di considerare ogni movimento come se fosse l'ultimo, o l'unico: di ogni combattimento non è dato sapere la durata o la provenienza dei colpi dell'avversario.

Così un kata di 31 movimenti non può che essere composto da colpi e parate che dovrebbero avere in sé TUTTE la dignità e l'enfasi dell'ultimo movimento di un combattimento reale, cioè da quello dal quale dipende la nostra vita o morte.

Ecco quindi un primo paradosso: siamo all'interno di una sequenza codificata, che dobbiamo realizzare dalla A alla Z, ma dobbiamo conferire a ciascuna delle lettere un'importanza assoluta, anziché relativa!

Spesso osserviamo ad Aikidoka che eseguono un kata di jo come se fossero alla recita di fine anno delle scuole elementari, con quell'espressione in volto come a chiedere al proprio Maestro: "sono andato bene?"!
Anche il tono delle emissioni sonore, nel caso in cui si conti ad alta voce o si faccia il kiai, spesso è cantilenante...

Non pratichiamo un kata solo perché la nostra forma - cinetica e sonora - sia ritenuta "buona" solo dall'esterno, quanto perché attraverso ad essa si possa crescere e migliorare in continuazione, grazie ad una "pratica-specchio": se fossimo in gara, saremmo anche i giudici... ecco un secondo paradosso!

Per fare questo arriva quindi il momento di studiare molto bene la ragione di ogni movimento e della propria concatenazione con il successivo ed il precedente.

Si chiede quindi l'aiuto di un compagno che ci aiuti ad impersonare "l'avversario ombra", affinché attraverso questa pratica di coppia si capisca ulteriormente bene la forma che eseguiamo in modo solitario.

Ecco un esempio di questa connessione fra la forma "solo practice" e la pratica di coppia di 31 no jo kata, secondo la didattica della Scuola di Iwama: siamo andati al parco qualche week end fa e ci siamo filmati!



[ci perdoneranno i più tradizionalisti: non abbiamo seguito del tutto la didattica tradizionale nel video, poiché esso è rivolto a praticanti di ogni Scuola e stile di Aikido, quindi risultava prioritario che venisse compreso ciò che stavamo facendo e come le varie sequenze permettano di giungere ad "un'unica sequenza" di 31 movimenti]

Questa pratica di coppia crea un kumi jo, ossia un "combattimento" (il kanji "kumi" indica proprio l'incrociarsi di due oggetti destinati a duellare fra loro) che ha la caratteristica di non essere "unidirezionale", ossia entrambe le parti coinvolte si ingaggiano in attacchi e risposte continue e vicendevoli...

... tali che il movimento di uno modifica e decide - in qualche modo - l'atteggiamento ed il movimento dell'altro.

In questa fase dell'allenamento, è fondamentale aver consolidato il concetto di "awase", ossia di azione simultanea al proprio partner... poiché le sue posture determineranno apertura da poter utilizzare per un nostro attacco, o necessità di proteggerci dagli attacchi che ci ferrerà a sua volta.

Terzo paradosso: i kata appaiono una pratica "di base", ma il loro studio approfondito poggia le sue basi su elementi parecchio avanzati di buki waza... quindi ancora una volta "la mansarda" (e alte vette) dell'Aikido e "la tavernetta" (le basi) sembrano più legate di quanto vorrebbero farci credere molti Sensei "amministratori di condominio"!

Un kumi jo è caratterizzato dal "pathos" che si avrebbe durante un combattimento vero, a causa proprio del fatto che non si sa quale sarà la prossima azione del nostro avversario: il primo che sbaglia muore o comunque viene ferito!

Ora dovremmo essere in grado di eseguire il kata da soli ma continuando a visualizzare dinnanzi a noi i movimenti del nostro "avversario-ombra", e lasciare che ciò generi in noi le stesse EMOZIONI... che si provano in un vero combattimento... specie dopo che egli è stato fisicamente presente nei nostri allenamenti, e ci ha mostrato l'utilità e la ragione del nostro agire!

Si vede subito se chi pratica mulina le braccia senza sapere perché lo fa... o se invece ce l'ha chiaro!

Esistono differenze fra l'esecuzione di una forma "in solitaria" ed "in coppia", lo vedete nel filmato precedente: il movimento 10 ed il movimento 27, ad esempio, sono profondamente differenti in questi due contesti...

Quello che conta, tuttavia ed al di là di queste eccezioni, è la capacità di VIVERE il kata in modo attivo e completo, cioè sia a livello fisico, che mentale ed emotivo: per fare questo, risulta particolarmente importante alternare l'allenamento solitario con quello di coppia.

Alla fine, dovrebbe addirittura essere possibile per chi ci guarda eseguire un kata poter intuire i movimenti dell'avversario-ombra osservando i nostri: intuire cioè che esiste un legame fra ciò che si vede ed una dimensione più sottile, comunque presente ed avvertibile da chi ha un'adeguata preparazione per farlo.

Quarto paradosso: una pratica solitaria che prevede quella di coppia come strumento indispensabile per l'approfondimento e la ridefinizione di se stessa: in Aikido è come se fossimo soli anche quando siamo in coppia, ed in coppia anche quando siamo soli!

A questo punto lo studio di una forma entra nel vivo del suo essere: la conosciamo fisicamente - nei dettagli , a livello mentale ed emotivo... e quindi ad ogni ripetizione, in qualche modo, INTERPRETIAMO il kata, più che eseguirlo in modo pedissequo!

Qui inizia lo studio, esattamente come un stimato attore inizia ad essere tale solo dopo avere avuto la possibilità di recitare in molti ruoli importanti.

A questo punto infatti, la cosa più importante non consiste "nell'imitare", ma nell'interpretare attraverso un modello prestabilito e comune:anche la musica di Mozart rimane sempre la stessa, ma amiamo vedere ogni abile musicista quanto di sé riuscirà ad esprimere attraverso di essa!

Non dissimilmente avviene per i kata... e poi forse lo studio continua ancora molto, ma per ora non possiamo parlare di ciò di cui non abbiamo esperienza diretta: per questo la ripetizione continua di ciò che crediamo già di conoscere così bene continua a risultare ancora così viva ed interessante.

Chissà in quali luoghi "magici" ed inediti sarà in grado di farci "visitare" in futuro!

Non esiste - crediamo, almeno - un livello di profondità ultimo che non possa essere ulteriormente approfondito nello studio delle forme: più le si pratica e più esse rivelano i loro tesori più nascosti!

Buona ripetizione INTELLIGENTE a tutti, qualunque forma utilizziate nelle vostre pratiche!

lunedì 29 aprile 2013

Perché l'Aikido non può essere competitivo?

Recentemente siamo stati - forzatamente - coinvolti nella partecipazione ad un torneo per valorizzare la pratica delle Arti Marziali dei più giovani.

Gli "atleti" erano costituiti da schiere urlanti di bambini dai 4 ai 14 anni circa.

Uno dei Dojo in cui collaboriamo ha organizzato il primo "torneo" per agevolare l'incontro e lo scambio fra le discipline di tutti i praticanti più giovani in età: erano presenti Karate, Kung Fu (Hung Gar), Taekwondo... ed anche all'Aikido è stata chiesta una sua qualche forma di partecipazione.

Gli altri hanno fatto gare, categorie, punteggi, arbitraggi... kata, kumite... noi non potevamo fare nulla di simile: abbiamo optato per una sorta di piccola dimostrazione che potesse mostrare ai parenti accorsi ed agli altri giovani partecipanti cosa facciamo normalmente durante le lezioni.

Mezz'oretta tranquilla di ukemi, tecniche e giochi per i più piccini!

Boh... vabbé facciamo questa cosa!

Per la cronaca... l'Aikido è stato considerato quasi all'unanimità dagli Insegnanti di altre discipline presenti come il migliore rappresentante di marzialità ed etichetta che si vogliono evidenziare in un Dojo... quindi gli è stata assegnata la vincita del Trofeo in palio per l'evento!

"L'Aikido vince, perché non compete contro nulla"... diceva un omino con gli occhi a mandorla del secolo scorso!

Ma adesso non attacchiamoci alla coppa: interessante però è stata la sensazione nell'osservare le "gare altrui" e provare a scambiare alcune considerazioni con i presenti.

I ragazzini hanno teso ad eseguire esercizi da soli (forme) o in gruppo, oppure piccoli incontri - spesso imbardati di protezioni - con alcuni compagni delle stesse categorie.

Quello che era evidente è come non ci fosse quasi mai contatto fisico fra i partecipanti: se di tocco doveva trattarsi, esso doveva avvenire nel modo più veloce e fulmineo possibile, in modo da "fare punto", senza scoprirsi troppo la guardia.

L'immagine era quella di un guerriero che si barrica in una fortezza... quindi, di tanto in tanto, apre una piccola finestrella sulla muraglia, scaglia velocemente fuori una freccia, e quindi si rinchiude al sicuro della massicciata!

Il senso dell'io viene chiaramente a rinforzarsi con questo genere di pratica, poiché molta dell'attenzione è appunto rivolta alla protezione di quei confini che crediamo ci definiscano: al di dentro ci siamo "noi", al di fuori... il nemico.

Nell'Aikido le tecniche durano di più... e possiamo eseguirle proprio perché l'avversario tenta di toccarci o di prenderci: più l'attacco sarà totale, più per noi sarà facile mandarlo a vuoto e minare l'equilibrio altrui (in qualche modo, auto-compromesso proprio dalla grande enfasi nell'attacco)... ma a volte durano così tanto che "gli altri" dicono essere inefficaci.

La questione è: ma noi ci vogliamo stare con gli altri, o vogliamo solo toccarli di sfuggita con un nostro pugno o giudizio?

Perché nel caso 2, giacché desideriamo la solitudine, potremmo anche astenerci da un giudizio che riguarda qualcun altro e per giunta non comprovato dalla propria esperienza... o da un "pugnetto" che ha lo scopo di "fare punto", anziché male!

Nella competizione ci sarà sempre un "io" contro un "tu"... magari utile a migliorare la propria definizione di sé, l'autocontrollo fisico ed emotivo, ma di una pratica piuttosto autistica, o perlomeno solitaria... se non vogliamo attribuirle connotazioni negative.

In Aikido non è proprio così: c'è un "io" ed un "tu" che quando si incontrano diventano un "noi"... che dura per qualche istante... proprio quegli attimi che sono più difficili da gestire, in quanto non è semplice creare un contesto nel quale CONTEMPORANEAMENTE due individualità possano coesistere rispettandosi vicendevolmente, senza per questo perdere parte della propria individuale personalità!

Quindi più durano le tecniche, più questa "convivenza" verrà messa alla prova: "casualmente" le tecniche di base durano molto di più di quelle più avanzate, ci avevate mai fatto caso?!

Se l'Aikido fosse quindi reso competitivo, la creazione di questo "noi" si sacrificherebbe a vantaggio dell'"io" o del "tu"... e magari questo era un fattore del quale O' Sensei poteva essere a conoscenza.

Ci sono sicuramente stati alcuni tentativi di rendere agonistico l'Aikido, ricordiamo uno fra tutti quello dello Shodokan Aikido... creato da Kenji Tomiki (che fu sia allievo del Fondatore del Judo, che di quello dell'Aikido), che però non ha mai preso piede più di tanto, rimanendo confinato ad una sorta di nicchia (nikya, si dovrebbe forse dire...) ancora oggi.

Come mai?

Perché forse la nostra disciplina non è tanto di crescita personale grazie alla presenza dell'altro... quanto di maturazione attraverso la COLLABORAZIONE con esso?

"Allora non è più marziale!" (abbiamo subito sentito nell'etere alzarsi questo coro!)

Non sappiamo: certo è che "collaborare" non significa "agevolare a priori"... prendiamo il caso di un qualsiasi rapporto di coppia...

Ci si conosce, ci si piace... si esce... si sta magari anche bene insieme, ma se ciascuno volesse continuare a farlo GRAZIE all'altro, la coppia avrebbe già i giorni contati!

Anche stare bene NONOSTANTE l'altro non è una grande idea, per quanto ancora una pratica parecchio diffusa...

Se invece si collabora, si giungerà inevitabilmente ad alcuni compromessi che permetteranno all'"io" ed al "tu" di smussarsi quel tanto che basta a rendere possibile la nascita di un "noi", nel quale tutti si ritroveranno un po'... nonostante esso sia qualcosa di diverso dalla mera somma dei costituenti.

Il NOI è potente, perché è una sorta di evoluzione delle parti che lo costituiscono: è un "nuove essere" che nasce dall'armonizzazione di "io" e "tu"... ma per far questo c'è necessità di parecchio contatto... e di qualità, non sicuramente di qualcosa di furtivo, fulmineo e troppo incentrato su di sé!

Forse è per questo che in Aikido non chiamiamo "avversario", il nostro compagno: forse abbiamo capito che egli è una parte fondamentale del sistema che ci porta ad evolverci, quindi nasce per esso una  specie di ringraziamento e rispetto implicito, che ci richiede di avere particolare cura di lui anche se ci vuole attaccare con tutta l'irruenza di cui è capace.

Senza di lui, niente Aikido!
E non ci sono coppe con le quali "contraddistinguerci" dagli altri (nuovamente separazione), solo occasioni di incontro, per continuare il processo di crescita COMUNE.

Si, forse la competizione è sana... ma non è il processo preferenziale attraverso il quale ciò possa agevolmente avvenire.

Poi la mancanza di competizione crea anche danni talvolta, come quando alcuni personaggi dell'Aikido iniziano a pontificare rispetto alla loro papale infallibilità... proprio perché non hanno mai dovuto confrontarci con qualcuno che non è d'accordo con loro...

... tuttavia questi ci sembrano elementi importanti che spiegherebbero la naturale tendenza ad estraniarsi dal mondo della competitività esplicita sul tatami.

Voi cosa ne pensate?

Quali sono le vostre esperienze in merito?

lunedì 22 aprile 2013

Aiki Nomad Seminar e qualcosa da importare in Italia

Riportiamo di seguito la cronaca di un'evento al quale abbiamo partecipato di persona per il secondo anno consecutivo che, seppur non si sia svolto in Italia, ha secondo noi alcuni spunti di riflessione interessanti per la nostra comunità.

Si tratta dell'Aiki Nomad Seminar che si è svolto gli scorsi 4, 5 e 6 aprile a Montreux, nella Svizzera francese.

La nostra partecipazione ci ha permesso di esaminare l'evento da angolazioni molteplici: un gruppetto di allievi dei Dojo di Torino hanno partecipato in qualità di allievi, mentre Marco faceva parte dei quattro docenti... in un certo senso abbiamo "giocato in casa" anche all'estero!

Ciò che dell'evento abbiamo registrato per la seconda volta è una modalità nuova di concepire un seminario di Aikido.

Innanzi tutto eccone un breve estratto video.



Potrete inoltre trovare un reportage annbalogo dello scorso anno al seguente link.

Cosa c'è di nuovo?!

Un gruppo di Insegnanti nomadi, che hanno sin da subito chiarito a loro stessi come fosse più importante la gestione oculata di un evento che il loro risalto in qualità di super star "cazzutissime" dell'Aikido.

Un evento che dovrà sempre svolgersi in un momento dell'anno differente ed in una location differente.

Parliamo cioè di un gruppo di Insegnanti che può cambiare in continuazione, in tempi e luoghi sempre diversi: l'unico filo comune della tipologia di evento è quella di utilizzare liberamente l'Aikido come uno STRUMENTO di evoluzione personale e collettiva per il gruppo che vi partecipa.

Le abitudini routinarie sono state appositamente bandite per far si che il risultato sia sempre "fresco" e correlato all'ambiente in cui si svolge ed al pubblico che ne beneficia.

Nessun Sensei si era fatto in precedenza un'idea di cosa avrebbe insegnanto, di quando o quanto avrebbe avuto modo di stare sul tatami di fronte agli allievi: Durward, Marco, Peter e Julia hanno semplicemente cercato di collaborare nel modo più profiquo, sapendo che avrebbero dovuto offrire spunti provenienti dal loro lavoro, piuttosto che andare a riproporre al Gruppo la "brutta o bella copia" ciò che avevano appreso da qualcun altro... assumendosi l'intera responsabilità e paternità delle loro proposte.

Erano ammesse tecniche, principi e/o prospettive dalle quali esaminare l'Aikido... purché essi avessero in qualche modo contribuito a fare INSIEME ad ogni partecipante il prossimo step.

Ovviamente gli Insegnanti non impegnanti nella docenza, si allenavano comne semplici allievi... e sudavano quindi come tutti!

Il gruppo è stato questa volta formato da una trentina di partecipanti, alcuni dei quali avevano solamente sulle spalle 4 o 5 lezioni di Aikido... misti a praticanti pluridecennali della nostra Arte: come dare a ciascuno un qualcosa di interessante su cui lavorare, date le enormi differenze?

Tramite un'attenzione grande ai feedback del gruppo e dei singoli, rimandati in appositi momenti all'interno della pratica, ma anche durante i momenti di convivialità che non sono mancati durante l'intero week end.

Come allievi abbiamo prestato attenzione a rimandare le nostre esigenze di studio, le nostre curiosità, ma anche le difficoltà che incontravamo... mentre gli Insegnanti si preoccupavano di dare voce ai contenuti che ritenevano importante condividere, ma si sentivano anche liberi di cambiare programma ogni qual volta l'esigenza lo avesse suggerito.

In questo modo l'intero gruppo ha sentito di avere veramente lavorato INSIEME: quello che più sorprendere è che nella semplicità in cui tutto ciò è avvenuto, non era il reishiki (imposto dal luogo e circostanza) a scandire il rispetto che si è venuto a creare, fra allievi ed Insegnanti, ad esempio... quanto un senso generalizzato del rispetto fra persone... che non avevano bisogno di esibire diplomi o curriculum per essere ascoltati e presi in alta considerazione.

In una società Aikidoistica nella quale pare che tutto si basi sul peso di una carica o di un titolo, vorremmo qualcosa del genere anche in Italia... almeno, noi lo vorremmo!

In un evento del genere, chi "lavora sul serio" viene semplicemente premiato dal suo stesso modo di porsi, sia esso un Insegnante o un allievo.

Crediamo questo possa costituire il semplice ma inevitabile futuro di un Arte che spesso oggi sembra molto più caratterizzata dall'apparire che dall'essere!

Certo: bisogna rimanere aperti... APERTI a tutto ciò che accade, e soprattutto, aperti alle proposte altrui... nella fiducia che possa esistere un qualche senso positivo dietro ad esse.

E' stato piacevole osservare la formazione di un gruppo così eterogeneo, anche sotto il punto di vista linguistico (le lezioni sono state tenute in inglese, ma quasi sempre c'è stata anche una traduzione in francese ed in italiano) che imparava a conoscersi ATTRAVERSO l'Aikido... quasi come se esso forse una sorta di nuova lingua internazionale, in grado di far comunicare in modo veramente rapido ed essenziale, ben al di là di tutte le limitazioni, differenze e difficoltà.

Un gruppo nel quale "sbagliare" non solo era concesso a tutti, ma diventava esplicitamente un elemento fondamentale del processo nel quale tutti insieme eravamo coinvolti, ossia quello del cambiamento...

Ciascuno a suo agio, poiché si sentiva capito (capito non è sinonimo di "aveva l'approvazione di tutti"!): sembra un qualcosa di così ovvio nella sua semplicità!

Un altro elemento importante, è stato il tempo dedicato dagli Insegnanti ad avere feedback fra di loro... almeno, questo è quanto ci ha raccontato Marco.

Ciascun Insegnante doveva esprimere un suo parere su "come fosse andata" al termine di ogni spot di docenza e ricevere dai colleghi analoghi rimandi, in modo tale che tutti rimandassero sia il proprio lavoro, che quello altrui... e che otto occhi tenessero il polso delle mutevoli ed impreviste situazioni meglio di quanto avrebbero fatto due.

Ancora una volta però: questo implica FIDUCIA!

Fiducia che se un altro Sensei avesse rimandato che un collega aveva fatto "troppo"... o "troppo poco" qualcosa, non sarebbe stato per volontà di prevaricare... o mostrare che la sua esperienza era superiore... ma semplicemente per dare il suo contributo alla miglior riuscita possibile dell'evento nella sua totalità.

Quasi impensabile qui in Italia per quattro Insegnanti contemporaneamente... anche se noi avevamo già ottenuto risultati piuttosto interessanti con lo scorso Aikido Blogger Seminar, a dire la verità... anche se eventi del genere sono ancora piuttosto rari e lontani dal comune modo di intendere i raduni.

Nessuno che pontificava: "Si fa così perché E' GIUSTO... o perché me lo ha detto la suocera del cugino del ciabattino di O' Sensei..."

Tutti che provavano a comprendere tutti, che offrivano le proprie esperienze dirette agli altri: non quindi un ambiente in cui fosse considerato importante "fare bene", ma piuttosto "fare veramente qualcosa insieme, di proficuo per tutti i presenti".

Non sono serviti quindi grandi Guru dell'Aikido a disseminare le loro perle di conoscenza, ma un gruppo di persone interessate a compiere un cammino comune, certamente vestiti da giapponesi... per poter meglio accogliere le bellezze che quest'arte nipponica ha da offrire, ma altrettanto determinati a non perdere la propria identità personale e sociale...

... e - soprattutto - intenzionati a scoprire cosa farsene degli Insegnamenti ricevuti NEL QUOTIDIANO: in fondo quanti di noi utilizzano regolarmente koshi nage sul luogo di lavoro?
Quanti propendono per nikyo ura all'ufficio postale?

Molti lo vorrebbero sicuramente fare... ma allora forse il topic principale è capire perché questo pensiero viene così di frequente, rispetto ad imparare a farlo nel modo più "giusto" possibile.

Noi questo abbiamo fatto: ci siamo interrogati ATTRAVERSO l'Aikido su chi siamo, cosa vogliamo e come fare a fare il prossimo passo nei confronti di ciò.


Tutto ciò che rimane è un senso profondo di gratitudine verso una simile esperienza!