lunedì 21 luglio 2014

Imporre il proprio Aikido: la ricetta migliore per svalutarlo

Si rifletteva insieme in questi giorni sul tema "imposizioni": quanto esse risultino di fatto utili, quanto invece dannose... e ci è venuto istintivo estendere e comprendere in questo discorso anche l'Aikido.

Ci sono molti "obblighi" per un praticante, se ci pensiamo bene...

Egli di solito NON sceglie il tipo di abbigliamento (che è imposto dalla disciplina), gli orari ed i luoghi degli allenamenti (ai quali si deve attenere), le regole vigenti nel Dojo, la tipologia di relazione senpai-kohai che trova sul tatami, il rispetto e l'attenzione che deve ai ragguagli ricevuti dal suo Insegnante, e così via...

Diciamo che - una volta che scegliamo un corso, una Scuola di riferimento, uno stile ed una guida - parecchie cose vengono di conseguenza e vanno accettate per quelle che sono, senza possibilità da parte dei singoli di orientarsi rispetto alla proprie preferenze, secondo le propensioni personali.

Ma questo non ci pare tanto "Aikido imposto", quanto "Aikido AUTO-imposto".

Un conto infatti è sentirsi coerciti in una strada che sembra non rappresentarci più, un altro invece è percepire che le limitazioni che viviamo ce le siamo scelte, perché fanno parte anch'esse delle possibilità di crescita che aneliamo.

Ma quest'oggi non volevamo riferirci a questo aspetto "ruvido", forse scomodo, ma sano della nostra disciplina, quanto alla ancora relativamente attuale tendenza ad imporre sul serio il proprio Aikido al prossimo da parte dei praticanti in genere, ma anche di alcuni Insegnanti.

È una posizione forse antinomica rispetto a ciò che ci si aspetterebbe di vivere in un corso, ma capita sovente e intendiamo oggi rifletterci insieme, tramite alcuni esempi.

Il Maestro ci mostra una tecnica: noi proviamo a ripeterla con il nostro partner, ma le cose non sembrano così facili come quando l'abbiamo vista poco prima... sentiamo resistenza, il corpo non trova subito gli angoli migliori, facciamo un po' di fatica (del resto se fossimo perfetti fin da subito, che ci staremmo a fare in un corso in cui si impara qualcosa?!)...

... quindi ci viene la brillante idea di sopperire a tutto questo imbarazzo con quell'innocuo rabboco di forza fisica che in un istante fa cascare a terra il nostro uke. Qualcuno ha visto qualcosa?

Noi non abbiamo visto niente e voi?

È cascato... QUASI come quando la tecnica è stata mostrata dal Maestro: ce l'abbiamo fatta!

"Ni", ci verrebbe da dire: ce l'abbiamo fatta perché l'Aikido che non siamo stati capaci di proporci, siamo stati in grado di "imporlo" al compagno!

Tutto da fuori sembra ok, ma sia noi che lo sventurato/a che avevamo fra le mani si è accorto di quel "di più" che è stato passato nella relazione: l'imposizione non deve essere eclatante per essere reale!

Così imponiamo molte volte ai compagni l'Aikido che non abbiamo ancora ben compreso o integrato nel nostro sistema, anche perché NON farlo ci darebbe subito un idea chiara del nostro livello... quindi per non imbarazzarci dinnanzi a noi stessi, meglio far pagare il conto più o meno salato a qualcun altro: non molto etico come atteggiamento, vero?

Eppure accade molto spesso: succede quando utilizziamo i muscoli più del dovuto, ma anche solo quando chiudiamo una leva più del necessario per proiettare o per immobilizzare il partner.

Il surplus di dolore che gli facciamo provare era veramente tutto utile (e quindi anche per lui rappresenta una opportunità di crescita), oppure è solo un riflesso incondizionato della nostra goffaggine?

Se al momento di una proiezione il nostro uke si irrigidisce, è più che normale che senta più dolore (le leve fanno più male se applicate ad una struttura rigida), ma il dolore che prova è dovuto a lui che si è irrigidito o noi che temevamo non cascasse?

Nel primo caso, fatti suoi: imparerà che è meglio essere rilassati quando si riceve una tecnica, quindi il dolore avrà avuto un senso educativo...

... ma nel secondo caso, ci troviamo di fronte ad un'imposizione, dovuta ad una nostra insicurezza forse, magari nemmeno conscia o i cui frutti erano voluti, ma sempre di un'imposizione si tratterà!

E questo è quanto avviene a livello FISICO fra due praticanti: cosa dire di ciò che avviene ad altri livelli?

Il senpai ad esempio sul tatami sarà quello che tiene il "riga" il gruppo, farà da riferimento ai neofiti, sarà capace sia di attenzioni e consigli, così come di essere fermo in alcuni rimandi, se percepisce che ciò è la cosa migliore per i suoi kohai.

Ma, nuovamente, la sua fermezza... la piccola leadership che prevede il suo ruolo, la capacità di zittire sia tecnicamente che a voce coloro che dovessero meritarlo... saranno utilizzate per il bene suo e del gruppo di cui fa parte o per dare sfoggio di un ego gonfio a causa della posizione di rilievo che occupa?

E se i suoi atteggiamenti fossero dettati da alcune sue insicurezze, che egli potrebbe tranquillamente non voler affrontare, nascondendosi dietro un: "Zitto, io sono il senpai e si fa come dico io!"?

Nell'ultimo caso, saremmo ancora in presenza di una forma imposta di Aikido, cioè ad un qualcosa che non aggiunge plusvalore all'autorevolezza, facendola scadere nell'autoritarismo.

E l'Aikido imposto lascia subito dietro a sé sensazioni di incomprensione e malcontento che scarsamente si tollera... e con il tempo può anche essere la causa di eccellenti abbandoni da parte di chi non le regge più.

Molti Maestri poi, forse irresponsabili, insicuri già da allievi... che sono diventati senpai iniziando ad imporre ciò che non riuscivano a proporre... continuano poi la triste dinamica "dall'altra parte del bancone", cioè nel ruolo di chi offre rimandi e linee guida, ma non di certo per far risplendere agli occhi degli altri la sua immagine personale!

Ecco allora il proliferare di Insegnanti-santoni, il cui volere è incontrovertibile e la cui opinione non può e non deve essere MAI messa in discussione: gente con la quale fa paura anche solo parlare e confrontarsi... perché la loro severità miete spesso vittime.

Saranno buone guide coloro che sapranno essere fermi ed anche severi per una ragione valida... ma di certo non per mantenere inalterata la loro sensazione di potere e controllo sul prossimo!

"Sei obbligato a venire a lezione... venire al mio stage... pensarla come la penso io... muoverti come mi muovo io...": strumenti importanti per far crescere un allievo anche quando magari questi si è scordato di averne dato il mandato al proprio Maestro. Si sa che tutti gli allievi vogliono crescere fino a quando il Sensei non è in grado di metterli dinnanzi alle proprie Aiki-miserie personali!



Ma cosa accade quando l'allievo è veramente disposto a crescere attraverso le indicazioni del proprio Insegnante, ma il problema è che questi gliele fornisce per altra ragione?

Un'ennesima forma di "Aikido imposto".

Poi gli Insegnanti si raggruppano in Associazioni ed Enti patrocinanti... e come crediamo che siano le atmosfere al loro interno, se diversi dei singoli membri vivono ancora senza aver risolto l'enigma dell'Aikido che è possibile imporre solo a se stessi e non al prossimo?

Saranno luoghi dove vigeranno più imposizioni che altro, ma nuovamente purtroppo non tutte create per il bene dei propri associati.

Questa è la storia dell'umanità: da un'incomprensione personale vengono generate le fila di chi è in grado di far salire ai vertici gerarchici queste lacune, facendone utilizzo regolare anche in ambienti in cui esse sono antinomiche rispetto ai valori che si vorrebbero veicolare.

Se avessimo bisogno di un'Arte Marziale SOLO efficace, in grado di sbattere a terra anche chi non VUOLE andarci, non sarebbe bastata qualche forma raffinata di Ju Jutsu?

L'Aikido è più complesso, perché fa andare a terra anche chi non avrebbe voluto andarci prima, ma solo perché ora comprende come ciò sia la cosa migliore per entrambi... non perché a male o glielo imponiamo!

Capiremo quindi l'enorme difficoltà di applicazione di tutto ciò, senza "regredire" alla mera tecnica di sopraffazione e contemporaneamente senza incorrere nella possibilità di essere inconcludenti...

Entrambe le possibilità devono rimanere vive ed attuali, in modo da farci comprendere cosa significhi trovare un equilibrio fra avere e partecipare a ciò che si condivide, fra fare ed essere.

Secondo la nostra opinione un Aikido solo imposto dal di fuori è un Aikido malato: può solo esistere un Aikido imposto dal di fuori solo perché non ci ricordiamo più che ce lo siamo imposti dal di dentro... è quella temporanea coercizione ci aiuta a crescere, ci limita esattamente come un vaso è il terreno ideale per fare crescere una pianta o gli argini solo il luogo migliore per lo scorrere di un fiume.

Però solo in quest'accezione accettiamo imposizioni.

Tutte le altre servono a fini meno nobili, ci verrebbe da dire che sono inversamente proporzionali in numero ed intensità a quanto questo discorso sulla gratuità sia stato ben compreso, digerito e fatto proprio.

"Se ami qualcuno lasciamo libero. Se torna da te sarà per sempre tuo, altrimenti non lo è mai stato"... ci ricorda Richard Bach, e spesso Morihei Ueshiba - reo confesso - confondeva quel "AI" di "armonia" [合], con quello di "amore" [愛]

Sembra quindi proprio che la libertà (l'opposto della coercizione) sia uno degli ingredienti fondamentali per vivere l'Aikido al meglio ed al massimo delle sue potenzialità. 

lunedì 14 luglio 2014

Psicologia dell'Aikido - Fare Aikido con Anima: un libro da non perdere!

Come altre volte in passato, ci occupiamo di recensire per voi volumi particolarmente significativi in materia di Aikido... e, questa volta, sembra proprio di esserci imbattuti in un'opera che merita ad honorem un posto tutto suo nelle nostre Aiki-biblioteche.

Si tratta di "Psicologia dell'Aikido - Fare Aikido con Anima", del Maestro Angelo Armano: questo volume di 138 pagine, pubblicato nel 2011 da Valtrend Editore è senza dubbio qualcosa di sin ora inedito nella bibliografia dedicata all'Aikido ed ora ci apprestiamo a spiegarvi perché.

Molti oggi scrivono sul questo argomento, e questa è senza dubbio un'opera meritoria che ha il compito di fare conoscere sempre meglio e di più la nostra splendida disciplina... tuttavia sono pochi gli Autori in grado di mettere nero su bianco qualcosa di inedito ed interessante: libri tecnici fotografici, libri storici nel quali l'ormai nota storia del Fondatore viene ri-interpretata per l'ennesima volta, ma chi va oltre tutto ciò?

I pionieri, i ricercatori, gli avanguardisti... o comunque tutti coloro che sperimentano e si arrischiano su sentieri poco battuti per un'intima esigenza di condivisione di qualcosa di importante che sentono farsi strada in loro.

Costoro non sono persone che cercano plauso o visibilità... non sono nemmeno Maestri che smaniano dalla voglia di illuminare la strada altrui: sono piuttosto umili individui che hanno - come si diceva - la forte esigenza intima di condividere un percorso di passione, di gioia, di speranza... ma anche di sofferenza, di tentativi, di sconfitte... In quattro sole parole: "di vera vita vissuta"!

Secondo il nostro giudizio, Angelo Armano Sensei è uno di questi!

Non ci conoscevamo, fatte salva una sporadica ma significativa corrispondenza virtuale fra lui ed il nostro Capo Redattore, Marco.

Ad un certo punto essi hanno deciso di incontrarsi e vivere la loro prima esperienza sul tatami insieme: questo incontro ha dato anche modo di approfondire le reciproche esperienze e di condividere ciò che a loro è caro dell'Aikido.

Angelo Sensei ha fatto dono del suo testo a Marco, che dopo averlo avidamente letto, ce lo ha passato perché in Redazione chi volesse potesse esprimere un suo giudizio indipendente su questa opera.

Quello che segue quindi è il parere integrato di chi di noi ha avuto il piacere di leggere "Psicologia dell'Aikido".

Ciò che colpisce di questo testo è il fatto che l'Autore compie un viaggio poche volte così ben raccontato fra le tradizioni d'oriente e d'occidente... ed osa farlo in uno dei campi più sottili e controversi dell'Aikido, ossia delle sue motivazioni profonde, fino ad affondare negli aspetti più prettamente psicologici ed animici di ciascun Aikidoka o aspirante tale.

È un campo insidioso, nebbioso e che facilmente diventa minato... poiché sicuramente più soggettivo del descrivere un movimento del corpo, per quanto eseguito con maestria... o di pubblicare un libro fotografico nel quale si ritrae qualche grande del passato mentre performa questa o quell'altra tecnica.

Eppure, il nostro vecchietto giapponese preferito del secolo scorso - al volgere del suo pellegrinaggio terreno - conferiva innegabilmente più importanza agli aspetti immanenti della pratica, che alla modalità di mettere le mani o i piedi nella tecnica XYZ.

Come mai?

Perché era vecchio e quindi si doveva necessariamente spiritualizzare, visto che gli era rimasta poca possibilità di esprimersi con il corpo?

O piuttosto perché avesse REALMENTE compreso l'infinita importanza di questi argomenti, rispetto a quelli meramente fisici, che non rispecchiassero queste consapevolezze profonde?

A questo punto il beneficio del dubbio, quale metodo di lavoro, crediamo possa essere qualcosa di saggio da mantenere.

O' Sensei, parlando con il suo allievo Robert Nadeau Sensei, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere, frequentare ed intervistare qualche anno fa, si esprimeva in questi termini durante i suoi ottant'anni: "Nadeau, ascolta quello che ti dico e sarai capace di fare tutto quello che faccio io [sul tatami, n.d.r.] in TRE MESI!"

Un pazzo forse?

Solo un pazzo avrebbe parlato così conoscendo la difficoltà dell'Aikido, eppure il suo Fondatore forse non a caso era sprofondato in pratiche personali e spirituali sempre più intense e profonde... tanto da rendersi conto della loro importanza ed impatto sugli aspetti più materiali e fisici.

Il Maestro Armano indaga appunto quest'area, ben conscio della sua delicatezza ed impermanenza... ma lo fa forte di un percorso analitico personale che gli ha reso possibili link e paralleli visibili solo a chi ha osato addentrarsi nelle profondità di sé, prima anche solo di tentare a descrivere i processi che da ciò ne derivano.

Un volume completo ed elegante, scritto FINALMENTE in un italiano ricco e forbito... dove l'estetica della prosa riconquista finalmente il posto che merita fra gli scaffali nei quali regna incontrastata tanta ignoranza della lingua italiana.

Ricordiamo, a proposito, che la nostra lingua è una di quelle più complete e complesse al mondo... nella quale si sono espressi sommi poeti e che utilizza nella sua normalità - a titolo d'esempio - circa IL DOPPIO dei vocaboli della tanto blasonata lingua inglese.

Una lingua 2 volte più ampia, permetterà un'espressione più completa nelle sfumature o solo inutili orpelli?

Chi vorrebbe liquidare l'opera di Armano come "difficile", crediamo lo potrebbe fare solo per non essere costretto a fare ammenda per la sua pochezza culturale, ma per nessun altro valido motivo.

In ogni caso, lo stile può piacere o meno, a seconda dei gusti personali, ma in questo caso ci troviamo al cospetto di contenuti inediti ed interessanti che non solo meritano di essere colti ed approfonditi, ma per i quali a noi tutti è venuto naturale ringraziare il coraggioso Autore!

Ma ecco quali sono questi contenuti: in questo libro si parla - in continua connessione e parallelismo con l'Aikido - del lascito spirituale del Fondatore, attraverso i suoi vari insegnamenti verbali e scritti, dello spirito, dell'alchimia personale, del ponte dinamico esistente fra il mondo "esteriore" e quello "interiore"...

... del parallelo esistente fra un duello marziale ed un setting analitico, di un Ueshiba vissuto come sciamano e psicologo, del lato in ombra di ciascuno di noi praticanti, della scissione, così come dell'integrazione del lato transpersonale e psicospirituale di chi scrive, di chi legge e di chi pratica.

Sono argomenti complessi, ma alla fine di una essenzialità e pertinenza estrema... con ciò che spesso solo scimmiottiamo sul tatami.

Quanti blasonati maestri si sono mai posti seriamente di indagare su questi importanti tematiche?

Dove sono reperibili i risultati delle loro ricerche personali?

Molte parole vengono spese su etica, filosofia e spiritualità... ma spesso provenendo da coloro che hanno solo osservato il viaggio, e non lo hanno mai compiuto in prima persona.

Questo è fortunatamente per lui - e per noi tutti -, non un problema riguardante l'Autore di "Psicologia dell'Aikido - Fare Aikido con Anima"!

Lui, al contrario, si espone nell'unico modo possibile in questi casi, cioè portando direttamente e/o indirettamente la sua esperienza, il suo sentire... e lo fa per il gusto di condividere, non per averne un riconoscimento: qualcosa del quale ringraziarlo ulteriormente!

Consigliamo vivamente questo testo a tutti coloro che sin d'ora riconoscono l'importanza di fare un viaggio interiore parallelamente al proprio vissuto nel Dojo o sui tatami di mezzo mondo: quest'opera è integrante ed offre un'infinità di spunti di riflessione provenienti da differenti tradizioni culturali e spirituali (quella giapponese, indù, greca, egizia, cabalistica, ermetica, esoterica... solo per citarne alcune), quindi risulta uno strumento alquanto prezioso!

Terminiamo questa recensione dando lo sufficiente spazio all'Autore stesso di parlare di sé e della sua opera, in quella che è stata la conferenza stampa della presentazione pubblica del libro.

Buona visione e lettura!

lunedì 7 luglio 2014

L'Aikido supporta elfi, fate e folletti... a Govone

Immaginate un luogo immerso nella natura... fra le splendide colline delle Langhe...

Immaginate un ex-convento quasi completamente ristrutturato e rimesso a nuovo da una ONLUS che ci ha costruito il suo centro di recupero fisiologico per i bambini malati di cancro in fase di remissione della malattia...

Immaginate un luogo nel quale questi piccoli possano stare, in compagnia del loro nucleo familiare e dei loro amici... e di personale specializzato e volontari motivati e preparati, a tre attività ricreative, artistiche e strutturanti a seguito di un periodo difficile della loro giovane vita, ma che si stanno felicemente lasciando alle spalle.

Se riuscite ad immaginare tutto questo, avete chiaro lo spettacolo che ci siamo trovati d'innanzi qualche tempo fa, quando ci siamo recati a "La Collina degli Elfi", a Govone (CN)!

Prati verdissimi con l'erba appena tagliata nei quali correre, rotolarsi... ed ovviamente fare ukemi...

Cavalli da accudire e sui quali fare stupende cavalcate di gruppo, orti da coltivare ed i cui frutti portare a casa propria al termine del proprio soggiorno presso la struttura...

E poi ancora: musicoterapia, arte-terapia, pet-therapy... e d'ora in poi anche Arti Marziali, e fra queste non poteva mancare l'Aikido ovviamente!

Grazie all'Associazione Kids Kicking Cancer - Italia, con la quale collaboriamo da qualche tempo e della quale vi avevamo già parlato QUI, abbiamo iniziato una serie di esperienze molto diverse da quelle già descritte nel reparto di oncoematologia pediatrica di un noto ospedale torinese.

A Govone le atmosfere sono molto più soft e rilassate... e la salute si respira finalmente a pieni polmoni, così come la natura suggerisce.

I piccoli ospiti (solitamente da 3 a 10 bimbi di età compresa fra i 4 ed i 12 anni c.a.) si fermano una settimana all'interno della Collina degli Elfi e qui ri-iniziano un armonico inserimento nella vita ordinaria, fatta più di relazioni che di stanze asettiche e terapie.

KKC è stata chiamata ad animare un pomeriggio alla settimana con lezioni di Arti Marziali e l'Aikido è riuscito benissimo ad armonizzarsi ed a cogliere questa speciale opportunità per essere conosciuto e praticato.

Noi abbiamo fatto lezione all'aperto, un'oretta e mezza circa, insieme da un insegnante di Ju-Jutsu e ad un praticante di Karate.

La peculiarità di questa esperienza però è che ogni lezione non sarà mai frequentata dagli stessi bambini, quindi è necessario conferire un senso si introduttivo che auto-conclusivo all'esperienza.

Questo è stato ancora più stimolante, poiché la poliedrica domanda a cui risponderci era: cosa praticare con un gruppo di bambini di età eterogenea (dai 4 ai 9 anni) che potrebbe non frequentare mai più l'Aikido dopo quell'occasione?

Ci siamo dovuti spingere nei principi dell'arte, sicuramente più che sulla tecnica... e la cosa è sembrata funzionare parecchio!!!

Un breve momento di rilassamento ed ascolto ha favorito una buona partenza di tutto il gruppo (4 bambini + 2 Volontarie + 3 Insegnanti), quindi siamo passati ad un leggero riscaldamento, che abbiamo poi visto essere così gradito... da trasformarsi in qualcosa di ancora più dinamico e creativo.

Abbiamo quindi lasciato sperimentare ai più piccoli alcune sensazioni corporee, come la stabilità e la capacità di concentrare tutta la loro energia ed immaginazione in un'azione di spinta a terra di un partner (eravamo su un prato morbidissimo sul quale cadere).

Ci era stato detto di evitare assolutamente l'interazione in coppia dei piccoli Samurai, e così abbiamo fatto, affiancando ciascuno nel lavoro con un adulto presente... ma abbiamo anche avuto la sensazione che questa preclusione fosse inutile, forse più che altro dettata dall'ignoranza del personale medico sanitario verso le attività marziali dolci che avremmo proposto ai ragazzi.

Forse temevano che qualcuno avrebbe potuto farsi male, cosa che è da escludere quasi a priori se chi dirige le lezioni ha un minimo di consapevolezza su ciò che fa e richiede.

In ogni caso i piccoli si sono divertiti un mondo, e la lezione è terminata solo perché era stata prevista per loro un'altra attività presso la struttura (musicoterapia, forse)... ma loro avevano una voglia matta di muoversi e sarebbero andati avanti ben oltre le capacità di resistenza di chi vi scrive!

Purtroppo - al momento - per questione di privacy non possiamo mostrarvi alcuna risorsa multimediale dell'esperienza... ma fidatevi sull'impressione nostra, dei ragazzi e delle due Volontarie presenti... che è stata memorabile e da ripetere quanto prima!

Grazie anche a voi Sara e Luisella per il supporto, il dolce affiancamento e per l'evidente passione competenza che mettete nel vostro servizio!

Noi registriamo ancora una volta una vittoria della versatilità dell'Aikido, sicuramente ora non vista come disciplina marziale tradizionale, ma come una pratica salutistica ed integrante per chi sta tornando con lentezza ad una normale e serena quotidianità.

Molte qualità di quest'arte sono messe in continua discussione, come la ripetitività di un gesto per giungere ad una qualche forma di risultato: non sempre è ormai possibile fare ciò, ma questo inizia a non essere sempre un elemento indispensabile per non fornirle valore, senso e significato rinnovati.

Power Peace Purpose!

lunedì 30 giugno 2014

Quando i piaceri e i doveri dell'Aikido sono al bivio

Chi si iscrive ad un corso di Aikido è convinto che ciò sia meglio che non farlo... altrimenti non avrebbe investito i propri soldi: lo considera forse una sorta di investimento!

Le motivazioni possono essere le più disparate, lo abbiamo detto molte volte: mantenersi in forma, imparare a difendersi, abbracciare una disciplina spirituale, filosofica, un'attività sociale... ce n'è per tutti...

... ma il risultato non cambia: se uno lo fa è convinto che sia meglio così!

La bilancia fra ciò che si spera di poter ottenere ed i sacrifici che sarà necessario fare propende sicuramente per la prima area che abbiamo menzionato.

Poi uno inizia ad allenarsi, e si accorge che le cose pian piano cambiano...

Non potevamo sapere QUANTA passione, sudore, costanza ed intensità ci sarebbero state richieste, prima di provarlo sulla nostra pelle...

In questi casi torniamo a chiederci se abbiamo fatto la cosa giusta ad iniziare a praticare, siamo cioè disposti a mettere in discussione le nostre stesse scelte.

Ciò che avverrà di seguito è solo funzione di quanto ci sentiamo realizzati nell'ordinarietà dalla pratica!

Intendiamo dire: ovvio che con il tempo adeguato e molta costanza potremo giungere a tappe importanti del nostro percorso Aikidoistico, ma quanto è importante sentirsi semplicemente sulla giusta strada giorno per giorno?

La vita dell'Aikidoka è fatta di alti e bassi - come quella di tutti - ma sempre di più abbiamo occasione di constatare come la frustrazione ripetuta semplicemente al oltranza sia una degli elementi che maggiormente fanno abbandonare il tatami: è come se molte persone ad un certo punto sentissero semplicemente che la strada intrapresa non appartiene più loro...

Non è sempre questione di mancanza di voglia o costanza: è proprio qualcosa di legato all'intimo, esattamente come quella scintilla che ci ha fatto iniziare ad allenarci.

È una cosa buona provare PIACERE dalla pratica dell'Aikido?
(non intendiamo nulla di zozzo, intendiamoci bene  ^__-)

Sentirci REALIZZATI nel "qui ed ora" durante e dopo un qualsiasi allenamento dovrebbe essere qualcosa di possibile o bisognerà sempre attendere "quel giorno in cui riscopriremo che tutto aveva un suo senso"?

Molti si perdono perché svanisce in loro il SENSO di quello che fanno e non sono più disposti a percorrere una strada che non sentono più confacente a loro stessi.

L'Aikido richiede molto: disciplina, determinazione, passione, disponibilità a mettersi in gioco.... ma questi sono tutti elementi che siamo disposti a mettere in campo se intuiamo che ha un SENSO giocare questa partita!

Prendiamo ad esempio i seminar o raduni: ci sono eventi ai quali un allievo è invitato a partecipare... altri ai quali egli è SUPPLICATO dal proprio Insegnante di frequentare ed altri ai quali - talvolta - è OBBLIGATO ad esserci.

I motivi potrebbero essere quanto mai vari anche per questo: 

1) se i praticanti non vengono, non riescono a comprendere il valore di frequentare situazioni al di fuori dell'ordinarietà del loro Dojo;

2) se i praticanti non vengono, il Sensei non riesce a coprire le spese dell'organizzazione dell'evento;

3) se i praticanti non vengono, non fanno la marchetta necessaria con il Mega-Sensei XY, che poi gliela farà pagare agli esami...

Tutta roba nota e talvolta pure buona, ma l'interrogativo ora è: "Quand'è che le persone frequentano un seminario perché si RENDONO semplicemente CONTO che esserci per loro è meglio di non esserci?"

Questo fatto è determinante, perché se accade è segno che la gente una volta uscita dalla porta riconosce che ha fatto bene ad entrarci!

Vediamo invece sempre più seminari che non "parlano" più ai presenti... che sono fatti "perché si devono fare", perché lo richiedono i programmi tecnici, perché sono stati resi obbligatori da qualcuno... ma non ci rendiamo conto che gli unici obblighi che ci possiamo imporre vengono dal di dentro di ciascuno di noi... non di certo da qualche Maestro o da qualche Ente!

"Vuoi che veniamo al tuo seminario? Vedi di fare una cosa che abbia senso e che ci faccia sentire che ne è valsa la pena, altrimenti ci freghi una volta sola!"

Sempre più gente ragiona così - e per le lezioni regolari nel Dojo vale la stessa cosa - e forse questo è tutt'altro che un male.

Un tempo bisognava stare ai dettami del Maestro, in quanto egli era un'autorità indiscutibile: ora sempre più se facciamo bene INSIEME, è perché siamo veramente INSIEME in tutto ciò che facciamo, non 'è più chi dispone solo e chi accetta supinamente!

Se i praticanti non riescono a sposare - giorno per giorno - piacere, realizzazione e ingaggio necessario alla pratica SMETTONO, dobbiamo farcene una giusta ragione!

Questo è un autentico segno di evoluzione della disciplina, se ci pensiamo: l'Aikido non prevede un "io" ed un "tu", ma solo un "noi"... invece per anni c'e stato un "io Maestro" ed un "voi cacche di allievi... che devono fare una marea di strada prima di essere fughi come me".

Non ovunque è stato così, ma spesso lo è stato...

Non che oggi tutti sappiano cosa è meglio per loro, intendiamoci: solo che questo matrimonio alchemico fra esterno ed interno, fra diversi ruoli ed aspetti della disciplina è qualcosa di inedito... che sta potentemente modificando il modo in cui ciascuno vive l'Aikido, il tatami, il Dojo.

Chi non si uniforma a questo nuovo paradigma (intendiamo ora i Maestri "vecchio stampo", che sanno loro cos'è meglio per le giovani reclute, o gli allievi anarchici di ultima generazione) si trova fuori gioco in poco tempo: chi è capace di "fare Aiki", lo deve poi fare sul serio... sia con se stesso che con gli altri!

La realizzazione di un percorso e la fatica che richiede il percorrerlo sono infatti due fenomeni interconnessi, quindi desiderare solo l'una cosa a discapito dell'altra inizia ad essere evidentemente contro natura.

I corsi quindi sono pieni da quei Sensei che riescono a far rimanere viva la motivazione interna dei propri allievi, e non a chi li massacra di pipe mentali su quanto loro siano ancora inadeguati nei movimenti delle falangi delle dita durante ikkyo ura... o su quanto ancora serve lavorare per raggiungere i loro buddici livelli.

Chi si sente realizzato è disposto a lottare con se stesso per esserlo ancora di più: è disposto al "sacrificio" di cosa non gli è comodo perché sa sperimentalmente che in esso vi è un senso ed un significato... che - DA SOLO - può dare valore alle esperienza!

Chi si sente realizzato è in grado di attendere in momenti di sconforto poiché ha sperimentato come è inappagabile quando poi il proprio goal viene raggiunto, è disposto ad affrontare e superare crisi per ciò in cui crede, proprio perché CREDE ancora in qualcosa...

Ma allora vogliamo far si che gli Aikidoka credano ancora nel lavoro che sono in grado di compiere con loro stessi ATTRAVERSO la pratica dell'Aikido, o li vogliamo decelerati e "spenti" burattini al servizio di qualche Sensei feudatario, che li "amministra" come si faceva un tempo con la bassa plebe?

Sta molte volte agli Insegnanti questa ardua scelta: ardua perché poi - una volta scelto - devono accettare le conseguenze di ciò che arriva:

1) vuoi "amministrare" le cose secondo i vecchi paradigmi ("io sono la luce, non avrai altro Maestro al di fuori di me... ti dico io cosa è meglio per te e se non ti sta bene te lo impongo"...)?

Ok, allora estinguiti, così come stanno facendo i lungimiranti tuoi colleghi!

2) vuoi cooperare alla costruzione compartecipata di una comunità Aikidoistica sana e numerosa?

Ok, allora devi essere disposto realmente a continuare a metterti in discussione, così come chiedi ai tuoi studenti... devi a tua volta avere in equilibrio la tua realizzazione personale ed il tuo piacere di fare ciò che fai con i doveri che ciò comporta!

In questo caso ci sentiamo di essere categorici: una terza via ci sa di compromesso o edulcorazione di una scelta veramente radicale nei confronti di se stessi... in quanto se talvolta le parole ATTIRANO... l'esempio di sicuro SPINGE!

In attesa quindi di vedere più senso nelle competenze, nelle lezioni e nei seminari di chi ha più responsabilità che ciò avvenga, ci auguriamo che l'Aikidoka medio (che brutto termine: per noi nessun Aikidoka è medio, ma è sempre superlativo!) senta più rapporto diretto ed integrazione fra quello che gli viene chiesto di fare per l'Aikido ed il nutrimento personale - di qualsiasi natura esso sia - che riceve man mano dalla disciplina che pratica.

lunedì 23 giugno 2014

Quell'alchimista di nonno Morihei...

L'alchimia è quell'antico sistema filosofico ed esoterico che si diceva capace, fra le altre cose, di trasformare il metallo vile in oro.

O' Sensei si è svariate volte espresso in termini alchimistici con l'Aikido, quasi che questa pratica fosse effettivamente capace di una qualche sorta di trasformazione profonda e radicale di coloro che la frequentano.

Che cosa avrà inteso?!

L'alchimia è la capacità di mettere insieme elementi distinti che sembrano talvolta anche incompatibili nello stesso spazio e nello stesso tempo... due diverse realtà - entrambe convincenti e sensate - che però faticano ad essere viste come complementari o integrabili...

... il piombo e l'oro, la salute e la malattia, l'attaccante e l'attaccato... la marzialità e la relazione: poli opposti che è perlomeno insolito far dialogare in modo costruttivo e proficuo.

Ci occupiamo tuttavia quest'oggi di approfondire il rapporto che c'è fra essi e l'Aikido... o - ancora meglio - il rapporto che c'è fra ciascuna persona che lo pratica e questi importanti aspetti duali dell'esistenza.

Solitamente viene detto che la pratica dell'Aikido può risultare trasformativa per alcuni individui che la vivono con intensità... Come avviene tutto ciò e perché quest'alchimia talvolta sembra accedere ed altre volte no?

Di sicuro l'evoluzione personale (intesa qui ora come "cambiamento nel tempo" e non come "miglioramento") si basa sulla capacità di esplorare dinamiche prima sconosciute, allo scopo di espandere i propri orizzonti e la propria capacità di definire la realtà che ci circonda.

Nella vita, ciascuno di noi possiede una sorta di "comfort zone", ossia un'area nella quale ci sentiamo a nostro agio (nel lavoro, nel tempo libero, nelle relazioni, nei confronti della salute, del danaro...): solitamente le persone passano la maggior page del loro tempo a fare di tutto per mantenersi all'interno dei confini di quest'area, per grande o piccola che essa risulti.

Uscirne significa andare incontro ad esperienze NON NOTE e quindi potenzialmente anche spiacevoli.

Il problema è però anche che all'interno di quest'area conosciuta è di fatto impossibile ogni forma di cambiamento ed evoluzione/crescita, poiché la sentiamo già "nostra"... abbiamo già fatto tutto ciò che era in nostro potere per integrarla nel nostro vissuto.

La nostra teoria - e siamo in buona compagnia nel formularla - è che l'Aikido possa servire per valicare questa area di comfort alla scoperta di quell'universo sconosciuto che si cela al di là delle Colonne d'Ercole di noi stessi.

Un luogo inesplorato, forse pieno di nuovi tesori di cui gioire o di nuovi pericoli dai quali stare in guardia: non lo sapremo fin che non saremo là.

Nel caso ciascuno di noi - tramite l'Aikido - volesse partire per questo viaggio alla Indiana Jones, non potrebbe contare che su se stesso, sulle sue doti di versatilità difronte all'ignoto e sugli strumenti che l'Aikido stesso fornisce a tutti coloro che ne colgono il messaggio a questo livello di profondità.

L'Aikido ci insegna a cadere senza farci male ed a rialzarci immediatamente, talvolta addirittura utilizzando l'energia che ci ha scaraventato al suolo: che paura dovrebbe ancora avere una persona di affrontare situazioni ignote ed impreviste, se avesse veramente fatto sua questa capacità di cavarsela anche nelle situazioni peggiori?

L'Aikido ci mostra come integrarsi con l'energia cinetica aggressiva che il nostro partner ci scaglia contro: se siamo presenti nel "qui ed ora" a ciò che accade, abbiamo l'unica, vera e sola possibilità di fare la differenza in una simile situazione... tramite l'illuminante esperienza di tramutare un evento potenzialmente molto pericoloso in innocuo, se non addirittura... divertente!

L'Aikido ci insegna a fare un po' di spazio "nell'io" perché nelle tecniche che realizziamo ci sia sufficiente posto alla nascita di un "noi", che include attaccante ed attaccato in un unico sistema, che prende una vita propria: si tratta di perdere parte di sé per consentire a qualcosa di più grande di manifestarsi... questo richiede coraggio estremo, così come fiducia nella direzione che abbiamo abbracciato.

I precedenti sono solo 3 esempi semplici e noti di come l'Aikido - come un catalizzatore - possa favorire una trasformazione personale di chi accetti il viaggio avventuroso alla Indiana Jones... fuori dalla nostra abituale zona di comfort, ossia di fatto unico luogo in cui trasformazione e cambiamento sono ancora possibili.
Certo bisogna essere disposti ad accettare qualche rischio perché ciò avvenga...

Non sarebbe quindi l'Aikido a trasformarci profondamente, ma noi che lo utilizziamo come strumento  a tal fine: saremmo/siamo noi i protagonisti di tale processo!

E perché talvolta ciò non accade?

Semplice, perché ci sono molte persone che utilizzano l'Aikido per difendere i confini della propria zona di comfort, anziché per varcarli...

I fissati con l'efficacia marziale, ad esempio, sono i primi che cercano sempre di esprimere come le cose funzionino o meno a seconda del loro giudizio, come loro sarebbero più/meno efficaci di qualcun altro se messi di fronte alla situazione XYZ.

Ma questo non è andare oltre alla propria zona di comfort, anzi: è piuttosto cercare di far rientrare tutte le situazioni inesplorate al suo interno!

Se siamo disposti a metterci realmente in gioco, anche a livello marziale, a che pro pensare se saremmo o meno "efficaci" nel caso XYZ?!
Se ci trovassimo a viverlo, lo sapremmo subito e per via esperienziale, cosa sarebbe servito "pre-occuparsene" (leggi: "occuparsene prima")!

Solo che ci vuole un gran coraggio marziale a non avere certezze solide!

Forse questo consente una qualche forma di trasformazione interna, ma solo se prima avremmo accertato la tipica condizione di incertezza e dubbio generata dall'esserci andati a cercare una condizione sconosciuta da vivere e sperimentare in prima persona!

L'Aikido secondo noi è alchemico a livello personale nella misura nella quale con esso tentiamo di risolvere i NOSTRI conflitti irrisolti, non quelli che ci sono nel mondo!

Certo, questo richiede di andare a riesumare i PROPRI scheletri nell'armadio, di affrontare le NOSTRE paure... è vi assicuriamo che questo è definitivamente FUORI dalla nostra abituale zona di comfort!

Chi accetta però di esplorare queste dimensioni selvagge ed anche tabù per molti... rischia anche (fra le altre cose) di scoprire nuovi tesori, di espandere le proprie frontiere personali di esperienza e consapevolezza della vita.

Ma in ciò il proprio avversario è SOLO un tramite, uno strumento di crescita nella misura di quanto è capace di renderci il cammino ostico.

Imparare a cadere da una posizione scomoda o pericolosa è la misura di quanto rischio abbiamo voglia di correre per trasformare noi stessi...

"No pain, no gain" (nessun dolore, nessun guadagno), recita un noto detto.

Cosa accade allora talvolta a coloro che raggiungono un grado elevato o una posizione prestigiosa all'interno di una realtà Aikidoistica?

Sporadicamente c'è qualcuno che ricorda che solo con la reale possibilità di perdere tutto ciò che ha fin li guadagnato egli ha ancora possibilità di una qualche forma di crescita ed evoluzione: negli altri casi queste persone "tirano i remi in barca" e si trincerano DENTRO la zona di comfort che si sono creati, quindi di fatto smettono di essere esempi viventi di "alchimia dell'Aikido"!

Per trasformare, sintetizzare, integrare realtà che "fanno apparentemente a botte" fra loro deve esserci la possibilità di perdersi e fallire in questa operazione, ecco cosa la rende di indiscusso valore!

Ma come realizzare tutto ciò senza voler rischiare niente?

Come trasmutare il piombo in oro se ci teniamo così tanto a rimanere zavorrati con il nostro lucidissimo piombo?

Nonno Morihei forse lo sapeva bene e quindi ha molto scritto e parlato sull'argomento... conscio che esso sarebbe stato qualcosa di notevolmente più ostico da comprendere ed accettare rispetto a come realizzare fisicamente la tecnica X o quella Y.

"Se non vorrai
allacciare te stesso
al Vero Nulla
mai potrai comprendere
il sentiero dell’Aiki"

"Via del guerriero
non ha voce né forma
e neanche ombra:
chiedi agli Dèi quanto vuoi
ma non risponderanno"

"Ricorda sempre
che vita e morte avrai
sotto i tuoi occhi.
Forse vorrai fuggire
ma non sarà concesso"

Sono tre doka di Morihei Ueshiba, nei quali si fa particolare menzione al "vedi di cavartela da solo!" in una condizione sicuramente fuori dalla propria zona di comfort!

Ma perché non ha spiegato meglio questa dinamica?

Perché - se la cosa era così importante - ha affidato questi insegnamenti ad equivocabilissimi e fraintendibili versi poetici?

Che il Nonno fosse un vero alchimista e che la sua arte sia stata coniata anche per questa nobile dinamica personale ed interpersonale?

"Vedete di capirlo da soli!"  ... lui sapeva che se ci fosse stato qualcuno in grado di spiegare tutto per bene ed in modo definitivo, chi mai si avventurerebbe più fuori dal proprio piccolo recinto di certezze? ^___^