lunedì 26 gennaio 2026

31 no jo: la musica in un kata

Già parecchio tempo fa, abbiamo esaminato insieme 31 no jo kata (potrete trovare QUI ciò che ci eravamo già detti): quest'oggi è arrivato il tempo di notare qualcosa in più in questa lunga sequenza di movimenti... scavando un po' più a fondo.

La maggior parte dei praticanti (e degli Insegnanti), purtroppo, si limitano solo ad apprendere la sequenza di ogni kata, accontentandosi di riuscire a ripeterla (più o meno precisamente): ecco invece uno studio che mira più a spacchettare e rendere visibili i numerosi pattern e le sotto-strutture che si possono trovare dentro la sequenza, quando la si esamina con una certa attenzione...

Vogliamo cioè entrare per un attimo nella testa del Fondatore, per comprendere - se ciò fosse possibile - le ragioni per le quali ci ha lasciato questo kata, fatto proprio con questa forma e non con un'altra...



1 - colpo di punta (kaeshi tsuki), mae tsugi ashi spostandosi sulla sinistra

2 - parata alta (jodan barai), ushiro tsugi ashi naname

e

3 - colpo di punta (kaeshi tsuki), mae tsugi ashi

4 - parata alta (jodan barai), ushiro tsugi ashi naname

sono praticamente la stessa combinazione di movimenti ripetuta 2 volte in sequenza, curioso notare che anche...

13 - colpo di punta (choku tsuki), mae tsugi ashi

14 - parata alta (jodan barai), ushiro tsugi ashi naname

è la stessa combinazione di movimenti esaminata in 3+4, esattamente a 9 movimenti di distanza (3+4 --> 13+14); l'unica differenza è la posizione della mano sinistra, che è nella posizione di kaeshi tsuki in 3 e 4, mentre è in posizione di choku tsuki in 13;.

... ma proseguendo nel kata, troviamo che...

5 - fendente laterale (yokomen uchi), passo in avanti con la gamba destra

6 - fendente laterale (yokomen uchi), passo in avanti con la gamba sinistra

e

7 - fendente laterale (yokomen uchi), gamba destra avanti

8 - fendente laterale (yokomen uchi), passo in avanti con la gamba sinistra

sono nuovamente la stessa sequenza, come accadeva a 1+2 & 3+4.

Abbiamo quindi fino a qui 4 pacchetti di movimenti, a 2 a 2, sia IDENTICI che CONSECUTIVI: 1+2 & 3+4, quindi 5+6 & 7+8... interessante!

Che differenza abbiamo però in questa analogia?

I primi 4 (1+2 & 3+4) formano una sequenza costituita da un ATTACCO (1 & 3, yang) e da una DIFESA (2 & 4, yin), eseguiti ASIMMETRICAMENTE, ovvero dallo stesso lato... invece i secondi 4 (5+6 & 7+8) rivelano SOLO movimenti di ATTACCO (yang), eseguiti però SIMMETRICAMENTE, cioè da entrambe i lati: fendente laterale a destra (5 & 7), fendente laterale a sinistra (6 & 8).

Il primo pattern ripetuto (1+2 & 3+4) procedeva in un'unica direzione, mentre in mezzo a quest'ultimo (5+6 & 7+8) il kata vira di 180º gradi, come a volersi difendere da un avversario che attacca alle spalle: la notate anche voi la completa specularità di queste 2 situazioni similari?

- attacco-difendo x 2, unico hanmi e unica direzione

- attacco-attacco x 2, entrambi gli hanmi, entrambe le direzioni

Sembra non accadere nulla di ragguardevole nei 4 passaggi successivi...

9 - spazzata dietro (ushiro barai), tenkan sul piede sinistro

10 - bloccaggio del jo “del partner ombra” in posizione jodan, il piede destro si affianca al sinistro.

11 - fendente laterale sul lato opposto (gyaku yokomen), passo con in avanti con la gamba sinistra

12 - ritorno nella guardia di punta (ushiro tsugi ashi, tsuki no kamae)

Tuttavia, annotiamo quel "fendente laterale sul lato opposto" che ora accade proprio al passaggio 11. Conoscendo il contro-kata (la parte operata da uchijo) si comprende perché la spazzata del movimento 9 è a 180º, cosa che consente di riprendere la direzione originaria del kata... e si comprende anche quale movimento di attacco si intende bloccare con il movimento 10 (un fendente alla nuca).

Abbiamo già parlato prima di:

13 - colpo di punta (choku tsuki)mae tsugi ashi

14 - parata alta (jodan barai)ushiro tsugi ashi naname

dicendo che, in buona sostanza, sono la riproposizione dei movimenti 3+4, 9 passaggi più tardi... ma ora notiamo anche un'altra cosa, considerando una tripletta di movimenti, anziché una coppia...

13 - colpo di punta (choku tsuki)mae tsugi ashi

14 - parata alta (jodan barai)ushiro tsugi ashi naname

15 - fendente laterale (yokomen uchi), passo in avanti con la gamba destra

sono la riproposizione di:

3 - colpo di punta (kaeshi tsuki), mae tsugi ashi

4 - parata alta (jodan barai), ushiro tsugi ashi naname

5 - fendente laterale (yokomen uchi), passo in avanti con la gamba destra

eseguiti 9 passaggi più tardi: infatti è facile notare come 3+4+5 = 13+14+15, nuovamente, stessa sequenza!

Fino a qui abbiamo trovato 3 sequenze uguali di 2 movimenti l'una, costituite da un'attacco ed una parata (1+2, 3+4, 13+14) e 2 sequenze uguali di 3 movimenti l'una, costituite da un'attacco, una parata ed un attacco dal lato opposto al primo (3+4+5, 13+14+15)...

Sarà tutto un caso?... facciamo spallucce ed andiamo avanti!


16 - “infoderare” il jo sul fianco sinistro, ushiro tsugi ashi

17 - risposta bassa (gedan gaeshi), passo in avanti con la gamba sinistra

Si tratta di un altro pattern molto particolare, perché nuovamente 9 movimenti più avanti, ritroviamo la stessa sequenza, ma questa volta eseguita sul lato opposto...

26 -  “infoderare” il jo sul fianco destro, ushiro tsugi ashi 

27 - risposta bassa (gedan gaeshi), passo indietro con la gamba destra (ma nel kumijo il passo è in avanti)


Per la seconda volta, quindi, troviamo esattamente a 9 movimenti di distanza la stessa sequenza... ma accade la stessa cosa che avevamo già descritto poc'anzi: 3+4 & 13+14 sono un ATTACCO (yang) ed una PARATA (yin), eseguiti dalla stessa parte... mentre 16+17 & 26+27 sono una PREPARAZIONE (yin) ed un ATTACCO (yang) eseguiti sui lati opposti e speculari fra loro.

Vedrete qualche riga sopra, che la stessa cosa era accaduta anche a 1+2 & 3+4 (simmetrici) e 5+6 & 7+8 (speculari)

In buona sostanza 1+2 & 3+4 stanno a 5+6 & 7+8... come 3+4 & 13+14 stanno a 16+17 & 26+27: nuovamente interessante!

Sarà tutto ancora un caso?... "Io non credo proprio" [Adam Kadmon Shihan] 


18 - ritorno alla guardia di punta, eseguendo una parata media (chudan barai e tsuki no kamae, ushiro tsugi ashi); questo movimento diventa palese nel kumijo...

19 - colpo di punta (basso) (gedan tsuki), guardia sinistra

Essi risultano la stessa cosa che accade al passaggio 23 e 24, con gli stessi hanmi, benché questi ultimi ad un livello superiore, infatti in questo caso la parata è alta (jodan) e non media (chudan) ed il colpo di punta è medio (chudan), anziché basso (gedan). Il pattern si ripete a 3 movimenti di distanza.

20 - fendente laterale sul lato opposto (gyaku yokomen gedan, hayai gaeshi sul posto, inginocchiandosi)

Se invece ora esaminiamo i passaggi 19+20, noteremo che sono esattamente identici a ciò che accade poco più avanti, ma sul lato OPPOSTO e non ad altezza bassa (gedan), bensì ad altezza media (chudan), per essere precisi nei 2 movimenti che concludono il kata, ovvero:

30 - colpo di punta (choku tsuki), mae tsugi ashi

31 - fendente laterale sul lato opposto (gyaku yokomen), passo in avanti con la gamba sinistra

Nuovamente assistiamo al fenomeno per il quale PRIMA una sequenza avviene ALZANDO il livello della parata (yin) e del colpo (yang), ma mantenendo la stessa guardia... POI una nuova sequenza ALZA il livello di 2 attacchi (yang), ma che vengono realizzati in modo speculare... dove l'avevate già vista una cosa analoga?

Bravissimi: stiamo ripetendo qualcosa di simile a ciò che avveniva in 1+2 & 3+4 (attacco-parata, stesso hanmi) e 5+6 & 7+8 (attacco-attacco, hanmi opposto)... solo che qui la sequenza è SPECULARE: 18 & 23 sono parate (yin), mentre 19 & 24 sono attacchi (yang).

Curioso anche notare che ANCHE questa volta tutto ciò accade a 9 passaggi di distanza... Sugoi desu neeee!!!

Concludiamo con ciò che resta...

21 - “infoderare” il jo sul fianco sinistro

Questo "infoderi" nel kata avvengono ai passaggi 16, 21 e 26: è curioso notare che sono distanziati di 4 movimenti l'uno dall'altro (17-->20), (22-->25),  costituendo nuovamente un pattern numerico simmetrico.

Faccio notare che avevamo già trovato movimenti molto simili a 20+21 in alcuni passaggi precedenti, ossia qui:

15 - fendente laterale (yokomen uchi), passo in avanti con la gamba destra

16 - “infoderare” il jo sul fianco sinistroushiro tsugi ashi

In questo caso - mentre il kata procede - sembra ABBASSARE il livello dei colpi del medesimo pattern, rimanendo con le stesse guardie: ciò è ovviamente duale ad ALZARE il livello dei colpi, andando ad assumere la guardia opposta (come già visto in 30+31).

Abbiamo quindi 15+16 (attacco chudan + preparazione), quindi 20+21 (attacco gedan + preparazione) e 25+26 (attacco chudan + preparazione).

La ragione per la quale durante il kata ci si abbassa in ginocchio, per poi rialzarsi in piedi, è abbondantemente chiarita nello studio del kumijo, nella sequenza 18--> 22.

Ci imbattiamo ora in un altro paio di posizioni eseguite in guardie opposte...

22 - colpo di punta (alto) (jodan tsuki), guardia sinistra

28 - colpo di punta (alto) (jodan tsuki), guardia destra

Ecco un'altra sequenza ripetuta specularmente, questa volta a 5 movimenti di distanza (23-->27)... continuiamo quindi a fare caso a questi pattern simili...


E concludiamo il kata, quindi tireremo alcune somme...

22 - colpo di punta (alto) (jodan tsuki), guardia sinistra

23 - ritorno alla guardia di punta chudan, eseguendo una parata media (chudan barai) tornando in tsuki no kamae, guardia sinistra; questo movimento diventa palese nel kumijo...

24 - colpo di punta (choku tsuki), guardia sinistra

Anche in questo caso, abbiamo un pattern che si ripete fedelmente dopo 3 movimenti, ma dalla parte SPECULARE:

28 - colpo di punta alto (jodan tsuki), guardia destra

29 - ritorno alla guardia di punta (tsuki no kamae), guardia destra

30 - colpo di punta (choku tsuki), guardia destra


Sembrerebbe restare fuori da questa disamina solo il movimento:

25 - colpo di punta (choku tsuki)mae tsugi ashi

Dobbiamo però ricordarci che 24 & 25 sono due movimenti IDENTICI.


Ora: non non sapremo mai se O' Sensei costruì queste ricorrenze a tavolino o se esse sono qualcosa che "notiamo" solo oggi e sulle quali ci costruiamo solo delle Aiki-pippe mentali... però alcuni dati storici gli abbiamo e possiamo utilizzarli per fare insieme qualche ragionamento.

Sappiamo che Morihei Ueshiba lasciò CONCLUSA questa forma, tanto che si stava dedicando a 13 no jo kata dal 1966 circa in poi; sappiamo anche che nel 1964 questo kata esisteva già, era fatto di 32 movimenti e partiva e si concludeva in modo diverso (per chi volesse approfondire legga QUI).

Posso solo immaginare le ragioni che hanno spinto il Fondatore a mutare il choku tsuki iniziale in kaeshi tsuki e nell'eliminare l'hasso gaeshi presente al movimento 31 della versione originaria... ma sta di fatto che, se non avesse fatto queste modifiche, molto di ciò che abbiamo scritto rimarrebbe inalterato, ed invece molto altro cambierebbe

Abbiamo visto numerosi pattern sia legati ai movimenti, che ai numeri presentare delle ricorrenze, delle simmetrie e delle asimmetrie cicliche: se dovessimo rappresentare tutto su un'unica tavola, verrebbe qualcosa di simile quanto riportato qui sopra...

In questa disamina, 31 no jo kata appare come una sorta di matrice, composta da 3 sotto-kata: i primi 2, dal passaggio 1 al 13 e dal passaggio 14 al 26, sono di fatto uno lo SPECULARE dell'altro in termini di polarità (ovvero, dove nel 1º c'è un attacco, nel 2º c'è una parata), mentre il 3º (27-->31) è una sorta di conclusione polare SIMMETRICA.

In tutto il kata esistono:
- 3 + 2 coppie di movimenti IDENTICI
- 2 + 2 coppie di movimenti IDENTICI & SPECULARI fra loro
- 2 triplette di movimenti IDENTICI
- 2 triplette di movimenti IDENTICI & SPECULARI fra loro

Abbiamo la stessa sequenza che si ALZA di livello (19-20 --> 30,31), che si ABBASSA di livello (15-16 --> 20,21) e che si ALZA nuovamente di livello (18,19 --> 23,24)

Molto di ciò NON sarebbe stato possibile se non ci fosse stata la ripetizione dello tsuki chudan del movimento 25, ovvero l'unico nel quale non sono riuscito a trovare una ricorrenza specifica. Ovvio che più ricorrenze matematiche e geometriche si trovano, meno è probabile che si tratti di una mera casualità!

Quindi, può darsi che si tratti solo di una mia allucinazione a mandorla, ma per arrivare a formularla ho studiato questa forma nei minimi dettagli e sono quasi sicuro che molti di voi hanno notato per la prima volta alcune caratteristiche di un kata che magari stavano ripetendo a pappagallo da molti anni!

Un ultima fascinazione, tanto è gratis: ho scoperto che esiste una forma arcaica di poesia giapponese, dalla quale proviene il ben più celebre Haiku: si chiama [和歌] Waka e consiste in una forma poetica, guarda caso, proprio di 31 sillabe, divise in 5 versi di 5-7-5-7-7 sillabe rispettivamente.

Mi piacerebbe pensare che Morihei Ueshiba abbia, a modo suo, lasciato una poesia per noi dentro al suo kata di jo... una poesia che va studiata, ma anche interpretata e vissuta in prima persona... come ogni forma di arte espressiva.


Marco Rubatto



PS: la geometria di questo kata è così "casuale" che...

- la sequenza 13 --> 18 è il famosissimo 6 no jo kata, praticato in moltissimi e Scuole, persino da quelli che non utilizzano abitualmente l'Aiki jo di Iwama;

- la sequenza 3 --> 6 altro non risulta che il 1º kumijo.

Nuovamente, ci avevate mai fatto caso?

Chissà quante sorprese contiene ancora questa sequenza di movimenti...



lunedì 19 gennaio 2026

Aikido e come far cessare le guerre

Sappiamo tutti che questo 2026 è iniziato il 3 gennaio con l'America che attacca il Venezuela e ne rapisce il suo Presidente: un gesto indifendibile sotto il punto di vista del diritto internazionale, ma di certo una notevole dimostrazione di potenza muscolare!

E se ci fosse solo Trump che sbarella sarebbe già grave, ma purtroppo non è solo: sbarella Putin in Ucraina, sbarella Netanyahu in Palestina, sbarella Xi Jinping a Taiwan, gli Ayatollah in Iran...

Sono più o meno tutti atti muscolari, che - in barba a qualsiasi convenzione internazionale - mirano ad accaparrarsi vantaggi militari, risorse naturali, accordi commerciali di una nazione sulle altre, tacitare il dissenso popolare.

Sotto questo punto di vista, l'umanità non sembra cresciuta molto da quando un villaggio ne attaccava un altro per saccheggiarlo dei suoi averi: quando la depredazione e l'assenza del rispetto di ogni forma di diritto diventa la normalità, regnano il caos e l'anarchia più totale.

Ma non ci eravamo evoluti?

Abbiamo forse congegni più sofisticati, tecnologia più avanzata... ma se l'evoluzione si misura in capacità di costruzione di una comunità globale, basata su valori etici... allora NO, ci siamo evoluti proprio poco!

Mascheriamo solo i nostri istinti primordiali di supremazia sotto merletti e ricami appositamente creati per non far cogliere in quale stato primitivo continuiamo a vivere...

Ogni forma di supremazia su qualcun altro, che sia questi una persona o uno Stato poco importa, necessità di credere ad alcuni presupposti:

- se non sono in grado di piegare al mio volere Tizio, Caio e Sempronio... allora posso essere percepito come debole; viceversa se ci riesco sono percepito come "forte";

- se non sono in grado di piegare al mio volere Tizio, Caio e Sempronio... allora uno di loro potrebbe piegare al suo volere me;

- faccio di tutto per piegare al mio volere Tizio, Caio e Sempronio... perché loro non lo possano fare con me;

- nella narrazione di Tizio, Caio e Sempronio io sono "il cattivo", mentre nella mia io sono "il buono"... e i "cattivi" sono loro...

Ciascuno di questi presupposti implica che ci siano risorse LIMITATE, in un contesto nel quale "mors tua vita mea"... e tutti i soggetti cercano di sopravvivere, di stare a galla... o anche di comandare, PURTROPPO a discapito dei diritti, del welfare o anche della sopravvivenza stessa di qualcun altro.

Solo che noi NON viviamo in questo mondo qui, CREDIAMO solo di viverci e che esso sia così!

Nei giorni dopo capodanno, mi è capitato di scambiare alcuni pensieri con una Aikidoka olandese, che si chiedeva COME far terminare questa barbarie diffuse, partendo dalla sensazione di completa impotenza di un individuo dinanzi alle decisioni dei grandi attori internazionali della scena mondiale.

Beh, per me la soluzione è ovviamente l'Aikido, perché ho dedicato l'intera vita a studiare questa disciplina e credo di averne colto (almeno) alcuni degli aspetti più importanti...

In Aikido l'avversario ci SERVE, nel senso più autentico del termine: ci è utile ad affrontare un conflitto in modo tale che noi - attraverso questa esperienza - si sia in grado di migliorare noi stessi.

SE questa operazione ci riesce, forse - ancora meglio - QUANDO ci riesce, non possiamo fare altro che rispettare, preservare e ringraziare il nostro avversario... per tutto ciò che di importante siamo riusciti ad ottenere per noi ATTRAVERSO l'esperienza che abbiamo vissuto con lui.

Non stiamo cercando di diventare più forti di lui, ma migliori del noi che lo ha incontrato quando lo saluteremo per allontanarcene. Le sue risorse rimarranno SUE, le nostre rimarranno NOSTRE, ma grazie all'incontro ciascuno sarà stato in grado di fare la differenza nel come le utilizza.

Parafrasando la situazione in Venezuela: se fossi l'America, non cercherei di mettere le mani su uno stato che da solo possiede circa il 17% delle riserve petrolifere mondiali... ma tenterei di capire come utilizzare al meglio le MIE, per essere all'altezza di guardare il Venezuela diritto negli occhi in merito a riserve energetiche.

E se fossi il Venezuela, nell'incontro/scontro con l'America, potrei pensare a come essere all'altezza di tutto ciò nel quale quest'ultima pare essermi superiore.

Si usa l'avversario come uno SPECCHIO, quindi... ed io ed uno specchio siamo un sistema che INTERAGISCE, non nel quale c'è una barriera, un setto, che divide chi è più forte da chi è più debole, chi è più ricco da chi è più povero... e via discorrendo.

Ne segue, che la SEPARAZIONE è stata la via battuta fino ad ora, e vediamo in quale atmosfere di insicurezza, pericolo e precarietà ci sta navigando: forse converrebbe provare a seguire qualche prospettiva differente...

Per esempio, quella della CONNESSIONE!

Ma non una connessione grazie alla quale hackerare i siti del nemico, per ottenere di nascosto le sue informazioni sensibili o i suoi soldi: la connessione prevede che la comunicazione avvenga da ENTRAMBE le parti, quindi che sia un dialogo e non un monologo.

Certo, quando instauro un dialogo posso in ogni istante avere la sensazione di non esserne all'altezza: supponiamo che ne instauri uno con un iper-specialista in un settore nel quale io non eccello... sarà difficile "tenergli testa", ovvero fornirgli informazioni utili tanto quanto lui è in grado di fornirne a me.

Se parlate con qualcuno che è una cima in un campo specifico, sembra che ci sia poco da dare e molto da prendere!

Però...

- se c'è molto da prendere, ho già guadagnato qualcosa da questa esperienza;

- se ho paura di non essere all'altezza del dialogo, ciò parla dei miei limiti, ovvero di quello che mi interessa esplorare e conoscere al fine di poterli superare; il mio interlocutore non CREA la mia paura, sono io che gliela rifletto addosso, perché - appunto - è roba MIA!

In Aikido impariamo a CONNETTERCI con l'altro, con l'aggressore e non a porre una SEPARAZIONE fra noi e lui: questo fa sentire nudi, talvolta inadeguati, spesso impreparati rispetto a cosa sarà possibile fare per uscire dall'impasse... ma è proprio li che avviene la magia della crescita.

L'accettazione del rischio di cosa l'altro mi specchia!

Le azioni muscolari - del bullo del quartier o di Trump poco cambia - sono il goffo tentativo di negare questa paura e non un suo tentativo di superamento: fino quando la realtà viene percepita in modo duale non se ne uscirà.

Ci sarà il forte ed il debole, l'attaccante e l'attaccato, il prepotente ed il remissivo, i carnefice e la vittima: per mia fortuna, l'Aikido mi ha insegnato a superare tutto ciò decine di anni fa, e per questo ora lo insegno agli altri.

Nel colloquio con la mia amica olandese, quindi, siamo addivenuti a COSA fare di pratico per porre fine a questa barbarie globale: più persone comprenderanno esperienzialmente questo paradigma, più le masse cambieranno opinione sulla sostenibilità degli interventi "muscolari"... poiché le masse sono composte dai singoli individui.

E quando si aumenta la consapevolezza di un individuo, si è anche agito direttamente sulla massa della quale egli è parte, poiché si innesca un "effetto Maharishi" in grado di generare un'onda di coerenza e armonia che si diffonde nella società.

Quindi, cosa possiamo fare noi che siamo piccole unità insignificanti al cospetto di queste grandi dinamiche internazionali?

Possiamo fare letteralmente TUTTO, anzi, forse DOBBIAMO farlo!

Non ci possiamo nemmeno rendere conto dell'impatto che io, questo Blog o i miei allievi possono avere nella società della quale siamo il tessuto: questo sempre per via della errata sensazione di "separazione" con la quale cresciamo... descrivendo come "indipendenti" sistemi che in realtà sono TUTTI inter-dipendenti, che ci piaccia, ci spaventi o meno.

Un ultima considerazione.

La pre-occupazione, ovvero l'occupazione prima del necessario, di qualcuno di accaparrarsi le risorse di qualcun altro (bulletto di quartiere o Trump di turno che siano) per poter sopravvivere e/o prosperare derivano TUTTE da una forma di ignoranza spirituale... che conta le cose con il lobo sinistro del cervello e fantastica che non ce ne siano per tutti.

Ecco: questa è un'altra assunzione completamente FALSA!

Chi fa un cammino di consapevolezza personale (ma non è il caso né del bulletto di quartiere o del Trump di turno) sa per esperienza diretta che le risorse veramente necessarie ci sono e per tutti, perché si va verso l'essenza e quindi la percezione dell'inutilità di accumulare più del necessario.

Chi vuole accumulare (cibo, risorse, ricchezze) vive ancora nell'incubo che tutti questi beni gli possano venire a mancare o che gli possano essere sottratti "da qualcun altro"... peccato che quel "qualcun altro" altri non risulta che la proiezione esterna di sé, quindi se non voglio essere predatore di nessuno, non ci sarà nessuno che vorrà essere predatore con me... perché è così che funzionano gli specchi.

Non forse a caso Morihei Ueshiba, in età matura, si definiva [常盛] "tsunemori", ovvero "sempre abbondante"... proprio a dimostrazione che chi è in armonia con se stesso, lo è con ciò che lo circonda, e possiede la percezione che tutto ciò di cui abbisogna gli viene dato automaticamente, ed in abbondanza.

Con questo, affermo l'assoluta centralità dei messaggi e delle attività che facciamo nei nostri Dojo e corsi di Aikido: stiamo veicolando all'umanità una prospettiva differente di conflitto e stiamo dando attivamente un esempio concreto del fatto che - nel lungo periodo -  la "legge del più forte" sia qualcosa di omicida e suicida al contempo.

Perché l'accumulo di risorse sbilancia le stesse nella popolazione, ed è un attimo che chi se ne vede sottrarre muova guerra contro "il nemico" che gliele sottrae (o potrebbe farlo): quindi questo comportamento innesca conflitti, non li seda sicuramente.

Il fatto che, in scala microscopica, si creino consapevolezze molto differenti, più sagge ed armoniche è una dinamica importantissima per la scala macro... quindi continuiamo a vivere i valori nei quali crediamo, che è qualcosa di molto concretoun atto di testimonianza importantissimo e - per fortuna nostra - anche molto molto contagioso!


Marco Rubatto






lunedì 12 gennaio 2026

I Dōjo che si moltiplicano: la nuova "famiglia"

Non è solo per ché siamo all'inizio di un nuovo anno di pratica, che iniziamo con un po' di positività, quanto per dare fiato e visibilità ad un fenomeno che credo degno di nota e che potrebbe sfuggire ai più distratti...

Lo scorso week end si è svolto il Kagami Biraki, all'Honbu Dōjo Aikikai, così come nel nostro Dōjo ed in molti altri in giro per il mondo: festa caratteristica dello shintoismo, sia delle usanze dei Samurai del periodo Edo... adottata poi dalle discipline praticano Budō ai nostri giorni. Se voleste approfondire, ne abbiamo parlato QUI ed anche QUI).

Tuttavia non molti Dojo che praticano Judo, Kendo e Karate celebrano questa festa, almeno qui in Italia.

Viceversa, ci sono sempre più Dōjo di Aikidō che invece iniziano a farlo; solo qualche anno fa, questa ricorrenza era invece perlopiù sconosciuta dalle nostre parti.

Per dire il vero, non ci sono nemmeno molti Dōjo di Judo, Kendo e Karate che ci tengono particolarmente a chiamarsi e definirsi propriamente "Dōjo": i loro frequentatori vi si riferiscono per la maggioranza come "palestra" (a parte eccezioni rare come le mosche bianche), forse per la marcata sportivizzazione di questi Gendai Budō... che tende a mettere in secondo piano l'importanza di alcuni elementi di tipo tradizionale.

Abbiamo invece un andamento completamente opposto per quanto concerne l'Aikidō: già dal mio solo parziale osservatorio personale, vedo che ogni anno sul nostro nascono NUOVI Dōjo... ed - attenzione - non solo nuove ASD che si occuperanno di praticare Aikidō... ma veri e propri gruppi che si comperano/affittano un locale ed iniziano ad utilizzarlo quasi esclusivamente per la pratica GIORNALIERA della disciplina, così come si faceva ai tempi di O' Sensei... ed in molti luoghi nel mondo si fa ancora oggi.

Nei i mie primi 5 anni di pratica non sono mai stato in un Dōjo: ero più che convinto che le Arti Marziali dovessero essere studiate in una palestra... perché così avevo iniziato, mi trovavo bene e nessuno mi aveva detto in merito qualcosa di diverso..

Poi ho iniziato a frequentare un luogo che si chiamava "Dōjo", che nacque per il Karate e che era ancora molto propenso a portare avanti alcune dinamiche di tipo tradizionale: già li l'atmosfera era MOLTO differente!

C'erano SOLO Arti Marziali, certo di diversi tipi, ma un'etichetta chiara e severa veniva richiesta a chiunque vi entrasse. Qualche anno più tardi (era circa il 2002), ho messo piede per la prima volta in un luogo pensato e costruito SOLO per la pratica dell'Aikidō... e li le cose cambiarono (migliorando) in modo veramente tangibile e netto, rispetto tutti i luoghi nei quali ero stato fino ad allora.

Da allora, sono stato a praticare in Dōjo in mezzo mondo... anzi, sono stato QUASI solo più in veri e propri luoghi pensati per Aikidō. Mi capita ora, che vado in giro per conto della Federazione, di essere ancora ospitato in qualche Palestra (di nome e di fatto) o in qualche palazzetto dello sport, adibito a Dōjo in occasione di Seminar Regionali e/o Nazionali... ma - per consuetudine - ogni giorno pratico ed insegno nel mio Dōjo, che fra l'altro proprio questo ottobre compirà 10 anni.

Se posso, inoltre, do la precedenza agli inviti che mi arrivano da Dōjo già strutturati, benché l'esperienza me la sono fatta soprattutto calcando i peggiori tatami di Caracas...

E cosa c'è in più in un Dōjo dedicato interamente all'Aikidō (o quasi), rispetto ad una palestra di Arti Marziali, o ad un Gym Club o - ancora - ad un luogo pubblico... nei quali si pratica questa disciplina?

Forse l'atmosfera, oltre che alcune caratteristiche legate ai locali, all'arredamento o alle abitudini che vi si creano all'interno.

Per anni sono stato allievo - prima e poi ho insegnante - sia in Palestre, tipo Gym Club, sia in strutture pubbliche (la classica palestra della Scuola Elementare o Media)... quindi NON disdegno assolutamente questi luoghi e penso che al loro interno si possa praticare un ottimo Aikidō: c'è solo spesso il problema di ricreare ad ogni lezione l'atmosfera di un Dōjo, che fra un keiko e l'altro viene perso... per via del fatto che gli stessi ambienti vengono utilizzati da molte persone e per gli scopi più disparati.

Un Dōjo, invece, resta li... e non devi vivificarlo tu quando entri, ma è lui che influenza te!

L'energia e l'atmosfera vengono ad auto-custodirsi, tramite gesti quotidiani semplici ma importanti legati alla tradizione:

- togliersi le scarpe al proprio arrivo;

- tenere un tono di voce basso anche negli spogliatoi;

- fare un inchino sia quando si sale, che quando si scende dal tatami;

- ripiegare con calma e ordine l'hakama dopo ogni allenamento;

- ...

E, sorprendentemente... questi luoghi stanno AUMENTANDO, sia in qualità, che in numero in Italia!

Un paio di volte all'anno circa, diversi visitatori ci raggiungono da altre regioni e permangono al Dōjo per qualche giorno per vederne il funzionamento, e magari per replicare altrove ciò che hanno vissuto in prima persona Torino. Accoglieremo il prossimo gruppo fra sole 2 settimane, per esempio.

Circa un altro paio di volte all'anno, vengo chiamato sia da persone che conosco, sia da chi si mette in contatto con me per avere info generali su COME creare da zero un nuovo Dōjo nel quale praticare Aikidō, sia a livello professionale, sia semi-professionale.

Un Dōjo è un'avventura impegnativa per chi vi si tuffa: ci sono costi fissi che vanno ornati tutti i mesi, oltre a costi straordinari per l'adattamento dei locali che uno trova. Eppure sempre più persone stanno scegliendo la formula di avere un luogo STABILE dedicato all'Aikidō, nonostante i duri tempi che tutti viviamo sotto il punto di vista economico.

E la sfida non è solo costruirne uno... ma più che altro MANTENERLO: questo implica un certo minimo numero di lezioni settimanali, che non possono essere solo 2... ed un gruppo di persone che non può ridursi ad una cerchia di 5 adulti.

Risulta fondamentale includere lezioni GIORNALIERE, magari in differenti fasce orarie e dirette sia ad adulti che a teenagers e bambini... cose che richiedono TEMPO ed ENERGIA, che ovviamente non è sempre compatibile con le vite lavorative della maggioranza degli Insegnanti della disciplina.

Tuttavia piccoli nuovi Dōjo nascono ogni anno, nei luoghi più disparati... segno non solo che la cosa è possibile, ma anche che le persone che ruotano intorno al gruppo prestano volentieri il loro supporto per rendere questa via percorribile.

Un Dōjo non è l'avventura solitaria di un Sensei: non starebbe mai in piedi così... ma richiede la formazione di un gruppo, uno zoccolo duro disposto a fornirsi aiuto reciproco, pur di mandare avanti "una baracca" che interessa a tutti che rimanga viva e funzionate!

Un Dōjo quindi è un'aggregazione di persone che condividono una visione, prima ancora di essere un edificio. La stanza che li contiene si impregna della loro energia, del loro costante impegno, delle loro speranze e dei loro sogni.

E, in questo momento storico, questa dinamica non è MAI STATA così IMPORTANTE: ci troviamo a vivere giorni nei quali la società si sta lacerando... sta perdendo capacità di condivisione, si disinteressa della "res pubblica", ovvero di tutto ciò che costituisce un "noi".

Ha un bel da tuonare il Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno che "la repubblica siamo NOI", ma - evidentemente - a livello popolare c'è stanchezza, sofferenza, sfiducia e malcontento... pure e sopratutto verso le istituzioni.

Un Dōjo perciò risulta un luogo attualmente contro-corrente, nel quale le persone si aggregano ed impegnano per raggiungere insieme uno scopo comune, e facendolo nel modo più tradizionale ed efficace possibile... ovvero assumendosi delle serie responsabilità dirette e concrete!

Questo mi ricorda molto da vicino un'esperienza che vissi oltre venticinque anni fa, in un contesto molto differente da quello dell'Aikidō: al tempo, ero un allievo di un certo Peter Roche De Coppens, con il quale facevo diversi Seminar all'anno, su argomenti incentrati sulla spiritualità e l'esoterismo.

Il Prof. De Coppens ci teneva molto che si creassero gruppi di lavoro stabili e legati al territorio nel quale vivevamo, così da continuare a trovarsi per praticare insieme gli esercizi che ci indicava (non ne fui mai fatto parte attiva, però), poi - dopo diversi anni - durante un incontro ci informò dei risultati ottenuti dalle decine di diversi suoi gruppi sparsi in tutto il mondo (lavorava principalmente negli Stati Uniti, in Canada ed in Italia).

Il rimando ci sbalordì parecchio: a quanto pare, alcuni di questi gruppi erano divenuti non solo stabili, ma veri e propri baricentri di relazioni ed attività umane. La cosa che sorprese Peter Roche prima, e noi di seguito... fu che il lavoro spirituale che doveva essere stato il cardine della loro realizzazione - paradossalmente - era stato messo in secondo piano dall'utilità pratica di appartenere ad un gruppo di persone delle quali ci si fidava parecchio, visto che se ne condivideva la visione della vita.

Nel proprio gruppo, quando necessario, venivano ad esempio reperite TUTTE quelle figure che risultavano importanti e necessarie nel proprio quotidiano: il medico, il legale, il commercialista, l'artigiano... e quando i gruppi erano privi della persona giusta, si moltiplicavano le RETI SOCIALI che ciascuno metteva a disposizione dei propri amici.

Cercare un idraulico sul Web è una cosa: chiamare il fratello, lo suocero o il professionista di fiducia del tuto compagno di pratica però è completamente diverso!

La forza dell'unione, la capacità di creare una massa inerziale tale da consentire a turno alle singole persone di sentirsi sollevate dal peso della solitudine e della necessità di provvedere a tutto in autonomia è la chiave vincente di una tipologia di "famiglia" nuova, ovvero non formata per legami genetici, ma per prospettive comuni.

E se la società diventa alienante e malata, i singoli rispondono formano nuovi aggregati di cellule SANE, in questo caso interessate a studiare Aikidō, e con esso LORO STESSE!

Un Dōjo è un luogo nel quale ci è concesso condividere sia le nostre migliori energie evolutive, sia le nostre fragilità... certi che si verrà compresi da chi ci cammina accanto, ovvero da chi è toccato da dinamiche molto simili alle nostre. Aggregarsi e perseguire, anche con impegno e fatica, un obbiettivo comune risulta la chiave per uscire da molti impasse che stiamo vivendo, sia a livello personale, che collettivo.

Non mi meraviglia per nulla quindi che - contro a tutte le aspettative pessimistiche del caso - siano proprio cose/dinamiche come i Dōjo a mostrarci in modo naturale che l'Aikidō è in grado di armonizzare fra loro le persone, proprio come diceva un certo Morihei Ueshiba:

"L'Aiki non è una tecnica per combattere o sconfiggere un nemico.

È il modo per riconciliare il mondo e fare degli esseri umani un'unica famiglia"


Marco Rubatto